Diocesi, lasciarsi illuminare dal paradigma dell’Esodo

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Di Don Gianni Croci

DIOCESI – Lasciarsi illuminare dal paradigma dell’Esodo: è quanto ha suggerito papa Francesco nell’incontro con al diocesi di Roma lo scorso 14 maggio al convegno diocesano sulle ‘malattie spirituali e pastorali’

Giunti quasi al termine di questo anno pastorale, in cui abbiamo cercato di vivere il cammino nella fede per passare anche noi, come il popolo di Israele, dalla schiavitù al servizio, può essere utile riflettere sulle parole del Papa.

Forse anche noi abbiamo ben presenti le difficoltà del cammino e la “generale e sana stanchezza” che si avverte nelle nostre parrocchie, tanto da avere l’impressione di ‘girare a vuoto’ e di ‘aver perso la strada da percorrere’. Sono cose che, se da una parte fanno male, dall’altra spingono al cambiamento, ad una conversione personale e pastorale. Del resto – come dice san Paolo –, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28).

Il papa prende in considerazione alcune cause all’origine di questa situazione, come ad esempio la chiusura in se stessi e nel mondo parrocchiale, senza fare i conti con la vita reale delle persone e l’accontentarsi di quello che abbiamo fino a sperimentare l’ipertrofia dell’individuo – l’io che non riesce a diventare persona, a vivere relazioni, tanto da credere che  il rapporto con gli altri non sia necessario- e l’autoreferenzialità dei nostri gruppi e delle nostre piccole appartenenze. Così facendo ci si ripiega su “preoccupazioni di ordinaria amministrazione  e di sopravvivenza

E interessante la conclusione a cui arriva il santo Padre: “È un bene che questa situazione ci abbia stancato, è una grazia di Dio questa stanchezza: ci fa desiderare di uscire”. Non si lascia andare ad una sterile lamentela ma indica una soluzione: un nuovo esodo, una nuova partenza, senza rimpianti per ciò che si deve lasciare. E individua due cose necessarie perché ciò si realizzi: la chiamata di Dio e la presenza/compagnia del prossimo. Ora mentre la prima senz’altro  non viene a mancare, la seconda è necessario volerla!

Papa Francesco quindi non suggerisce strategie pastorali particolari, ma stando alla Parola di Dio, chiede di ripartire dall’ascolto del popolo, come fu esortato a fare Mosè. Egli afferma: per far questo occorrerà che le nostre comunità diventino capaci di generare un popolo – questo è importante, non dimenticatelo: Chiesa con popolo, non Chiesa senza popolo -, capaci cioè di offrire e generare relazioni nelle quali la nostra gente possa sentirsi conosciuta, riconosciuta, accolta, benvoluta, insomma: parte non anonima di un tutto. Un popolo in cui si sperimenta una qualità di rapporti che è già l’inizio di una Terra Promessa, di un’opera che il Signore sta facendo per noi e con noi”.

Sintetizzando il vescovo di Roma ci chiede di diventare soggetti di quella che spesso chiama  la rivoluzione della tenerezza.

La verifica, che stiamo facendo nei consigli pastorali parrocchiali, non è solo uno sguardo al passato per analizzare punti di debolezza e punti di forza, ma comporta anche l’elaborazione di proposte concrete guardando al futuro.

In un modo che ogni giorno dà spettacolo di individualismo, isolamento, paura di esistere, frantumazione, forse la sfida per tutta la comunità cristiana è proprio quella di  offrire e generare relazioni,  evitando contrapposizioni e cordate, che scandalizzano le persone.

Tutto dipende dallo sguardo! Si rinnoverà la Chiesa nella misura in cui i presbiteri, i laici e i religiosi non guarderanno troppo a se stessi ma volgeranno gli occhi e il cuore al numeroso popolo di Dio presente in città, lasciandosi “interpellare e scomodare”.

Questa “cura diffusa e moltiplicata” delle relazioni farà fiorire la fraternità che darà vita ad una pastorale diversa, dove non uno solo fa per tutti e non tutti fanno tutto! (cfr lettera pastorale del vescovo 2017/18). Infatti se la guida di una comunità cristiana è compito specifico del ministro ordinato, cioè del parroco, la cura pastorale è incardinata nel battesimo e quindi, non è compito solo del parroco o dei sacerdoti, ma di tutti i battezzati.

Ormai anche la nostra Chiesa comincia a guardare ad un ulteriore tappa del suo cammino e forse anche per noi vale l’indicazione di papa Francesco a compiere un passaggio previo di riconciliazione e di consapevolezza”: “riconciliarsi e riprendere uno sguardo veramente pastorale – attento, premuroso, benevolo, coinvolto – sia verso sé stessa e la sua storia, sia verso il popolo alla quale è mandata”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *