Monache Clarisse: “La Pentecoste è vittoria su quella paura che contraddistingue l’uomo”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

“Pentecoste” è una parola greca che significa “cinquanta”: il cinquantesimo giorno. Era una delle feste ebraiche che si celebravano al tempo di Gesù. In origine festa agricola, si celebrava alla fine della raccolta dell’orzo e del grano, quando venivano offerti dei pani al Signore, in ringraziamento per tutti i beni della terra. Una festa che, via via, è stata trasformata dandole un contenuto legato alla storia della salvezza: era così divenuta la festa delle Alleanze, l’alleanza con Noè, quella con Abramo, con Isacco, con Giacobbe e, infine, l’alleanza con il popolo di Israele sancita sul monte Sinai. Di queste tre alleanze quella sinaitica prese il sopravvento al punto che la Pentecoste divenne “il giorno in cui fu data la Torah”, la legge.

L’evangelista Luca, nella prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli, colloca il dono dello Spirito Santo proprio in questo giorno, per indicare che abbiamo, oggi, la nuova Torah: lo Spirito Santo stesso. Che non rinnega gli antichi comandi, l’antica legge, ma segna l’irruzione dello Spirito nel cuore dell’uomo, invasione liberante e totalizzante.

La Pentecoste è vittoria su quella paura che contraddistingue l’uomo che non ha ancora fatto l’esperienza della Pasqua di Cristo. I discepoli, prima chiusi a chiave nel cenacolo per paura dei Giudei, ora sono capaci di giocare la loro vita da testimoni della salvezza. La Pentecoste è questo cominciare a donare la vita per la Buona Notizia. Ma non in maniera miracolistica: se cominciamo, infatti, ad essere capaci di stare davanti agli altri con la nostra identità di discepoli di Gesù, con umiltà, ma anche con fermezza, il vento santo di Dio entrerà nella nostra vita.

Ma occorre ricordare che lo Spirito Santo è dono gratuito di Dio e non è mai proporzionale al nostro impegno, alla nostra fedeltà. «All’improvviso» vuol dire proprio questo: un dono che Dio fa nella propria libertà ma che, al contempo, chiama ciascuno di noi all’attesa, alla fedeltà. I discepoli diventano capaci di vivere una vita senza tante sicurezze, che non significa allo sbando, senza sapere da dove si viene e dove si va; sono inviati da Qualcuno, vanno verso Qualcuno e portano Qualcosa di ben preciso: la Buona Notizia che Cristo è risorto, la Buona Notizia delle grandi opere che Dio compie nella nostra vita. Non quello che gli altri devono fare, non come si fa a cambiare il mondo e tutte le cose bellissime e sacrosante che dicono i moralisti, i politici, i rivoluzionari, i filosofi ed anche i teologi. Chi lascia agire in lui lo Spirito di Dio, diventa capace di parlare al cuore dell’uomo con quel linguaggio della Parola e dell’Amore che riesce a far intendere la stessa cosa a ciascuno nella sua diversità.

La Pentecoste è l’evento per cui ciascuno può entrare nella morte e resurrezione di Gesù, che ha vissuto una vicenda così umana, da far sì che ogni uomo ci si possa ritrovare. Ogni disperato, ogni peccatore, ogni uomo pieno di ideali e generosità. E questo è ciò che rende questa vicenda divina!

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