Il lato oscuro dei social

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Paola Dalla Torre

Capire cosa c’è dietro, andare a fondo, smascherare i meccanismi che ci agganciano a Facebook e a molti social network senza che neanche ce ne accorgiamo. Per dare un po’ di luce a quei quasi due miliardi e mezzo di utenti, nuovi topi da laboratorio di un universo che sfrutta le scariche di dopamina, e in ultima analisi le architetture tipiche del gioco d’azzardo, per renderci dipendenti dalla social slot machine più potente del mondo. Dove non si vince niente se non gratificazione a tratti: moltiplicata, frammentata fra notifiche, suoni, badge, contatti, messaggi, condivisioni e, ovviamente, Mi piace. Questo l’obiettivo de “Il lato oscuro di Facebook”, l’ultimo libro del giornalista Federico Mello dedicato al modo in cui il colosso di Menlo Park sfrutta le debolezze umane per fare soldi.
L’autore mette insieme ricerche scientifiche di stampo psicologico con elementi di analisi economica per smantellare, pezzo dopo pezzo, le tecniche usate dal colosso di Zuckerberg per aumentare la dipendenza dei suoi utenti e al tempo stesso sfruttare i loro dati, attraverso la psicologia comportamentale e vari trucchi provenienti dal gioco d’azzardo.
La tesi dell’autore è chiara, e si lega in qualche modo alle riflessioni dello storico statunitense Melvin Kranzberg, scomparso nel 1995: è quella per cui una tecnologia, “non è mai né buona né cattiva, ma non è neanche neutra”. In questo senso l’autore aiuta a fare un passo in avanti, superando la pacifica riflessione che gli strumenti assumano un certo valore rispetto a come ce ne serviamo e arricchendola con una serie di domande. Siamo sicuri che il modo in cui certi ambienti sono progettati, gli stimoli che ci pongono, i meccanismi (anche fisiologici) che innescano siano davvero così neutri? Nel caso di Facebook la risposta è ovviamente negativa: la piattaforma vuole spremerci, come fanno le slot machine di nuova generazione nelle sale di mezzo mondo, alternando la carota digitale delle gratifiche psicologiche al bastone della semidipendenza.
Il volume si chiude con un invito tutt’altro che provocatorio: Facebook va tolto dalle mani di Zuckerberg, sostiene Mello. Mentre gli utenti si curano recuperano un po’ di quello che viene definito tempo bio, in parole povere, disintossicandosi ponendo delle regole chiare, la piattaforma, ormai fuori controllo per dimensioni, possibilità e rischi, andrebbe sottoposta al controllo di un ente internazionale, di una commissione esterna e indipendente di portata globale, un comitato garante degli utenti. Insomma, occorre una serie di strumenti più trasparenti e l’autore non vede di cattivo occhio la salata legge approvata in Germania, quella che prevede maximulte nel caso in cui i contenuti inappropriati non vengano rapidamente rimossi. Ma che poco c’entra, a dire il vero, col tema centrale del saggio. Il punto definitivo, infatti, è proprio Zuckeberg: “Come può definirsi ‘privata’ una piattaforma che riguarda e condiziona la vita di due miliardi di persone nel mondo?”

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