Monache Clarisse: l’Ascensione è la celebrazione di un Signore che resta in mezzo a noi anche tornando al Padre

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

C’è da immaginarsela la reazione degli apostoli! Avevano appena ritrovato il Signore, dopo averlo ”apparentemente perso” sulla croce, come ci dice San Luca nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli: «Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il Regno di Dio». Quaranta giorni appena e, oggi, se lo vedono di nuovo sottrarre alla loro vita: «Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi».
Gli apostoli sono più che smarriti: quella ulteriore partenza scava un vuoto incolmabile in mezzo a loro. E non possono far altro che fissare «il cielo mentre egli se ne andava». Di nuovo soli? Di nuovo a rintanarsi, spauriti, lontano da tutto e da tutti?
No…l’Ascensione non è la festa dell’abbandono di Gesù ma la celebrazione di un Signore che resta in mezzo a noi anche tornando al Padre. Anzi, è proprio perché morto, risorto e asceso al Padre, che Gesù può farsi vicino ad ogni uomo e ad ogni donna di ogni tempo e di ogni spazio, senza limiti, senza confini temporali o territoriali.
Il Signore non ci lascia in balia del nostro destino, ignoto e magari poco rassicurante. Addirittura ci dice: «Riceverete lo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».
L’Ascensione inaugura il tempo della Chiesa: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». E’ il nostro tempo, il tempo di noi chiamati ad essere testimoni, portatori della buona notizia di un Dio che ci ama e continua ad operare in questa storia. Il suo andarsene è un rimanere, quasi che la sottrazione alla vista degli occhi produca una moltiplicazione della sua stessa presenza, addirittura nella diversità più molteplice di luoghi e di modi.
Infatti, scrive l’evangelista Marco: «[Gli Undici] partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».
Dappertutto il Signore agisce insieme con noi: sta a noi riconoscerlo là dove è presente da sempre, in mezzo agli uomini, nelle nostre storie, dritte o storte che siano. E i segni della sua presenza saranno inconfondibili: «Nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Non miracoli o effetti speciali ma un agire della Parola che riempie e converte la vita di chi la accoglie: i demoni arretrano, arretra cioè la parte di noi che sceglie la morte invece che la luce, il dolore invece che la libertà; si parla una lingua nuova, quella della condivisione, dell’accoglienza, del perdono, della tolleranza; riusciamo a prendere in mano le nostre contraddizioni, senza condannare, senza giudicare, abitando senza sensi di colpa o paure nascoste la nostra vita e il nostro quotidiano.
Allora, accogliamo l’invito dei «due uomini in bianche vesti»: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Alziamo lo sguardo, sì, ma alla nostra vita: Gesù ha guadagnato il cielo, a noi ha affidato la terra, ha affidato gli uomini, la loro storia… «finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo».

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