Caritas Diocesana: “Non porta lontano ‘ripulire’ i nostri quartieri, se non scommettiamo su una società più solidale”

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Caritas diocesana

DIOCESI

Sulla scrivania ritagli di giornale e l’esortazione apostolica di papa Francesco “Gaudete et exultate”. I giovani ed i volontari del servizio civile ogni tanto lasciano degli articoli riguardanti la Caritas. Solitamente esprimono la preoccupazione di alcuni quartieri della città e dei paesi per la presenza di persone che ormai vengono considerate come un ingombrante ‘scarto’.

Fortunatamente la Caritas diocesana è collocata in questa zona periferica di S. Benedetto,  dove vive gente generosa ed accogliente. Diversi vengono anche per fare del volontariato, ma è innegabile che a volte alcune situazioni diventano problematiche, non solo per chi abita in certe zone, ma prima ancora per la dignità delle persone che le sperimentano.

Gli occhi vanno su un paragrafo della lettera del papa sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo che dice così:  “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano? (n. 98)

Così pian piano prende forma una convinzione: ciò che conta è lo sguardo che si posa sull’umano. Non si tratta infatti di ricacciare, da un quartiere ad un altro, presenze ritenute fastidiose, ma di farsi carico, coinvolgendo tutte le istituzioni, di chi  è stato più sfortunato o ha fortemente sbagliato, di chi è vittima di una società che permette lo spaccio, il gioco d’azzardo o paga le conseguenze di una vergognosa diseguaglianza sociale.

Non porta lontano ‘ripulire’ i nostri quartieri, se non scommettiamo su una società più solidale per assicurare a tutti di vivere la propria dignità.

Questo renderà più sicure le nostre città. Forse non basta nemmeno installare ovunque delle telecamere perché, oltre e prima di queste, conta il mettere in gioco le proprie capacità relazionali. Servono a poco regole particolari se non mettiamo in funzione in noi l’arte del pensare, i battiti del cuore, i fremiti delle emozioni per chi è meno fortunato di noi.

Per chi è cristiano poi, è importante non dimenticare quanto scrive sempre il papa: “essere santi non significa, pertanto, lustrarsi gli occhi in una presunta estasi. Diceva san Giovanni Paolo II che «se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi» (96).

L’ultimo dialogo con Lui, non verterà sul culto che abbiamo celebrato ma sul rapporto con i fratelli e con il loro dolore. “Il mondo non ha bisogna di Giudici ma di samaritani” (Ermes Ronchi). Dio non ci chiederà se abbiamo creduto in Lui, ma se abbiamo cercato di  amare come Lui. Il paradiso è l’incontro, l’abbraccio, lo stingersi, il ritrovarsi dopo essersi perduti. Attraverso liturgie e penitenze, e con il coraggio generato da esse, la chiesa deve saper scrivere storie di misericordia.

E’ quanto possiamo fare, grazie al dono dello Spirito del Risorto, perché cresca il regno di Dio, anche in questa nostra società tremenda e, nello stesso tempo,  meravigliosa.

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