Giornate di dialogo islamo-cristiano

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Chiara Biagioni

Un’occasione di incontro e conoscenza reciproca. Uno scambio profondo e intenso di testimonianze, storie personali di conversione e ricerca spirituale, condivisione delle sfide che preoccupano ma anche delle opportunità che si vogliono cogliere e sfruttare insieme. Molti i giovani e le donne che prendono la parola. Si parla di educazione in famiglia, di seconde generazioni, del ruolo delle comunità religiose, dei giovani che sono alla ricerca di grandi ideali, ma anche molto spaesati. Di terrorismo. Questo in estrema sintesi sono le “Giornate all’insegna del dialogo islamo-cristiano” che si stanno vivendo (29 aprile – 1 maggio) al Santuario dell’Amore Misericordioso, Collevalenza (Perugia). A promuoverle con lo slogan “La gioia dell’incontro” è il “gruppo di interesse sull’islam”, che fa capo all’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei. Sono presenti una cinquantina di partecipanti tra imam, rappresentanti di comunità e associazioni islamiche, esperti di dialogo, animatori di centri culturali.

Molto forte e di impatto, la testimonianza di Valeria Collina, mamma di Youssef Zaghba, il ragazzo italiano affiliato allo Stato islamico, morto lo scorso anno sul London Bridge nell’attentato del 3 giugno. Tra silenzi e profonda commozione, Valeria ha raccontato il giorno dell’attentato, l’arrivo della Digos a casa, l’annuncio della morte del figlio, l’oscurità e l’impegno oggi a condividere le “sfide” della seconda generazione. Perché, purtroppo, parlare di islam oggi significa pure affrontare con determinazione, ma anche insieme, l’oscuro nodo del fondamentalismo, i pericoli del web, la responsabilità delle comunità religiose.

L’iniziativa della Cei è frutto di un percorso di amicizia e dialogonato lo scorso anno quando un nutrito gruppo di musulmani, rappresentanti delle maggiori sigle associative islamiche presenti nel nostro Paese, si sono dati per la prima volta appuntamento a Roma, su invito della Cei. La tre-giorni di Collevalenza – spiega don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – nasce con l’obiettivo di “consolidare le relazioni di amicizia e di dialogo tra musulmani e cristiani, che consideriamo urgenti e di grande arricchimento reciproco”.

Di “impegno essenziale”, parla mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo. E spiega: “Siamo in un mondo di diversi, e lo saremo sempre più. Il nostro Paese si confronta con una presenza di migranti, uomini e donne di appartenenze religiose diverse,

appartenenze che a volte suscitano distanza, fanno emergere pregiudizi, suscitano forme sempre più violente di razzismo, che sono in fondo l’affermazione di una cultura incapace di aprirsi all’altro”.

La finalità? “È affermare – risponde mons. Spreafico – che in un Paese come nostro il cristianesimo può fare da ponte verso gli altri”. È “quello che ci sta chiedendo papa Francesco: guardare all’altro uscendo dal proprio mondo, non rinunciando alla nostra identità, anzi, proprio perché crediamo profondamente in Gesù di Nazareth, siamo ponte”.

La posta in gioco è quella di “essere adeguati a gestire una situazione ormai pluralistica e irreversibile che il nostro Paese ha visto nascere in pochi decenni”, rileva Paolo Branca, islamista e docente all’Università Cattolica.

Dopo secoli di omogeneità l’Italia si trova, per esempio, nella sola area metropolitana di Milano 100mila musulmani, la più grossa comunità non cristiana presente in quel territorio.

“Un fatto nuovo, a cui purtroppo non eravamo preparati. Ma in questi ultimi decenni si sono fatti passi in avanti. Il nostro obiettivo è riuscire a comunicare alla gente comune, dire che c’è la possibilità di capirsi, di parlarsi, di conoscersi, di fare un pezzo di cammino insieme. Purtroppo, però, le buone notizie non emergono e le persone sono sempre più impaurite, pronte a scattare anche meccanicamente su pregiudizi e notizie negative, sulle quali alcuni addirittura costruiscono consenso e giochi politici. L’alternativa allo scontro c’è ma non sembra essere percepita”.

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L’alternativa è qui. Nei volti degli imam, dei giovani musulmani, dei parroci e delle insegnanti che a Collevalenza stanno prendendo la parola, rappresentanti di un’Italia multireligiosa, numerosa, integrata, all’altezza dei nuovi tempi. La conoscenza reciproca – dice Nader Akkad, imam di Trieste – “è la prima tappa per poter costruire un progetto comune di fraternità”.

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Mentre fra Ignazio de Francesco, monaco della piccola famiglia dell’Annunziata, parla di “un passaggio di una storia di dialogo iniziato da qualche anno tra cristiani e musulmani, all’interno delle attività delle Cei”. Le giornate di Collevalenza vogliono, allora, “essere un seme di speranza e di costruzione di una vita comune, in un momento in cui sembrano prevalere segnali di disgregazione, di polemiche, di scontro. Ci troviamo tra musulmani e cristiani, uomini e donne di buona volontà, per poter porre punti di vita comune e dialogo costruttivo tra noi”.

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