Monache Clarisse: restare all’interno della Chiesa è la scelta autentica, vera e reale nella sequela di Cristo

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

Rimanere: è questo il termine che la liturgia di questa quinta domenica di Pasqua ci fa maggiormente incontrare e gustare nella Parola. Cosa vogliono significare le parole di Gesù quando dice: «Rimanete in me e io in voi»?

Rimanere in Dio è innanzitutto, come scrive San Giovanni nella sua prima lettera, osservare i suoi comandamenti. Non obbedire a delle leggi, a delle prescrizioni o normative di stampo morale, ma «che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato».

Rimanere in Dio è, ancora, prendere atto che non possiamo riuscire in questo se non “innestati” al Signore: «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci». Non siamo autosufficienti, bastanti a noi, stessi, autoreferenziali, non abbiamo cuore, mente ed anima capaci di un amore totale e disinteressato se non siamo consapevoli e se non ci ripetiamo, ogni volta, che l’unica linfa vitale è quella che ci arriva da Dio, l’unica fonte che può saziare il nostro desiderio di acqua, l’unico cibo che può appagare la nostra fame, è la Parola di Dio, la sola che può aiutarci ed accompagnarci nel leggere la nostra vita.

Tutto questo chiede che, come ci ricorda sempre San Giovanni, «abbiamo fiducia in Dio». Un rimanere che, quindi, è desiderio, volontà, bisogno di abbandonarci coraggiosamente nelle mani di Colui che «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa».

E se abbiamo fiducia, non temiamo di fronte ad un Gesù che ci dice: «Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto».

Rimanere nel Signore è stare saldi con Lui quando la sua Parola ci chiede di “tagliare”, separare, discernere, ogni giorno, tra bene e male, tra vita e morte, tra benedizione e maledizione. La potatura comporta, apparentemente, solo una ferita da guarire, ma, in realtà, è un ritrovare forza, vigore, dare slancio alla propria capacità di portare frutto, di fare frutto, di dare la vita e di darla in abbondanza. Una potatura che è per la vita, anche se, a volte, può essere particolarmente dolorosa o inaspettata, o radicale.

E’ l’esperienza dello stesso San Paolo che, da persecutore dei cristiani, “tagliando” tutte le sue sicurezze precedenti, si affida a quel Dio che «gli aveva parlato» e lo spinge a predicare «con coraggio nel nome di Gesù».

Rimanere, per Paolo, è «stare con [gli apostoli]», dimorare all’interno di una comunità che sempre più «si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero». Uno stare che, per lui come per ciascuno di noi, oggi, all’interno della comunità che è la Chiesa, è scelta autentica, vera e reale nella sequela di Cristo.

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