Monache Clarisse: “Apriamoci alla conoscenza del Cristo”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

C’è un problema di conoscenza che la liturgia ci pone. Leggiamo nella prima lettera di San Giovanni: «Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto Lui».
Conoscere: non un mero sapere chi è qualcuno, non l’apprendere una serie di informazioni su qualcuno o l’averne studiato i tratti essenziali.

Conoscere è un verbo che, nel linguaggio biblico, abbraccia un vasto arco di esperienze che vanno dall’intelletto al cuore, dalla comprensione all’amore, dall’affetto all’azione fino ad includere il rapporto, la relazione profonda e intima tra un uomo e una donna.

I giudei non hanno riconosciuto e tantomeno conosciuto Gesù, ce lo dice San Pietro nel brano tratto dagli Atti degli Apostoli: «…Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti … è la pietra, che è stata scartata da voi costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo». I capi del popolo e gli anziani del sinedrio non hanno riconosciuto in Gesù il Messia, tanto da “scartarlo”, da non ritenerlo necessario alla costruzione della propria vita. Quello stesso Gesù che, invece, Pietro e gli altri apostoli hanno sperimentato come pietra angolare, come base fondante su cui ergere tutta la loro storia: perché si possono desiderare e progettare pareti, interni, spazi, ma se non c’è la pietra “prima” capace di dare stabilità, solidità e coesione a tutto, l’edificio non può essere realizzato.

Riconoscere Cristo pietra angolare è riconoscere di non essere autosufficienti, di essere bisognosi di un amore che sia per sempre, che unico rifugio sicuro è il Signore, un Dio che, come dice il salmista, risponde sempre alle nostre domande, il cui amore e la cui salvezza sono per sempre.

E’ la figura del «buon pastore» … e ci mostra, Lui stesso, cosa vuol dire conoscere.

Il buon pastore, leggiamo nel Vangelo, si prende cura, è vicino, protegge, è attento, è coraggioso, si mette in gioco, non agisce per vantaggio o possibilità di guadagno ma per amore. E’ un amore che non lo fa esitare a mettere a rischio la propria vita per le sue pecore che ama.

Sì…perché la conoscenza di cui parla San Giovanni è l’amore: «…quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!».

Il problema in cui si imbattono i farisei (la guarigione di un cieco in giorno di sabato da parte di Pietro) e da cui scaturisce il discorso dell’apostolo riportato nella prima lettura, è quello del rapporto tra Gesù e la Legge. Ed è quella stessa Legge che non ha permesso ai Giudei di riconoscere in Gesù il Cristo.

Il vangelo di oggi, invece, e tutta la liturgia, mostrano che unico è il comandamento che Gesù mette in atto: quello di farsi pastore donando se stesso liberamente e non per la necessità imposta da altri o da altro: «…io do la mia vita…nessuno me la toglie…» ma per amore.

Apriamoci alla conoscenza del Cristo che ci vuole conoscere, apriamoci al suo amore, alla sua Parola: lo scopriremo pietra angolare della nostra vita, di cui non poter fare più a meno.

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