“L’Europa continui ad essere un progetto di pace e di solidarietà”

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M. Chiara Biagioni

Rispetto della democrazia, dell’uguaglianza, dei diritti e delle libertà. Dialogo tra Est e Ovest dell’Europa e l’importanza del ruolo che la Chiesa ricopre nella società, in tempo di egoismi nazionali. Questi i principali temi toccati nell’incontro tra monsignor Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione dell’Unione europea. L’incontro è avvenuto ieri, è durato un’ora e si è svolto in un clima “molto cordiale”. Era la prima volta che monsignor Hollerich incontrava Juncker in qualità di presidente neo eletto della Commissione degli episcopati dell’Unione europea. “Abbiamo espresso al presidente Juncker – racconta al Sir l’arcivescovo – anche la nostra preoccupazione per la tentazione da parte di alcuni Paesi di contrastare la pratica della circoncisione”. Il riferimento è alla legge presentata al Parlamento islandese che mira a rendere illegale la circoncisione maschile. “È un non rispetto della libertà religiosa”, aggiunge Hollerich. “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa questione. Tutti i diritti fondamentali sono interconnessi tra loro e se un diritto non è rispettato, sono tutti i diritti – e la persona umana con la sua libertà – ad essere messi in pericolo”.

L’incontro con il presidente Juncker è avvenuto nel giorno in cui Bruxelles ha dato il via libera all’apertura dei negoziati di adesione per Albania e Macedonia. Che tipo di segnale è?
È un segnale molto positivo. Innanzitutto vuol dire che non si è ancora abbandonato del tutto il progetto europeo, come ideale di una unione veramente europea. Ed è un segnale di solidarietà. È chiaro che l’Albania e la Macedonia sono Paesi poveri che si trovano ad affrontare sfide economiche e di costruzione democratica. Tendere loro la mano è un atto di solidarietà di cui abbiamo bisogno. È il segnale di un’Europa che non volge le spalle.

Jean-Claude Juncker con mons. Jean-Claude Hollerich

Veramente il presidente francese Emmanuel Macron, parlando per la prima volta alla plenaria degli eurodeputati di Strasburgo, ha messo in guardia contro il rischio di una guerra civile in Europa a causa della rinascita di populismi ed egoismi nazionali. Siete anche voi, come vescovi dell’Ue, preoccupati? 
“Guerra civile” è una parola molto forte. Ma designa molto bene lo spettro di ombre che possono sovrastare l’Europa, se non si agisce e soprattutto se non si è sufficientemente coscienti del pericolo. I populismi sono, da una parte, una grave minaccia perché la semplificazione non aiuta a superare e risolvere i problemi e, dall’altra, rappresentano una mancanza di democrazia. I movimenti populisti sono in gran parte centrati su forti personalità, hanno alcune idee-chiave che ritornano sempre e sono lontani dall’aprirsi a un dibattito democratico anche al loro interno come avviene in tutti i partiti politici. Combattono un processo di mondializzazione che non solo è inevitabile ma anche sempre più forte. E se non si è coscienti della complessità verso cui il mondo attuale tende, non si è in grado di proporre e realizzare politiche che mettano al centro la persona umana.

Che ruolo possono avere in questo contesto i cristiani? Cosa si attende l’Ue dalle Chiese?
Credo che il nostro compito sia quello di mobilitare i cristiani per l’Europa. Non spetta alla Chiesa fare proposte politiche concrete. L’Europa è un progetto di pace ed è sempre stata un progetto di solidarietà, chiamata per vocazione a lavorare per il bene comune. Credo che le persone non si rendono conto che un’Europa senza Unione europea è molto più pericolosa e molto più povera.

Lei ha incontrato anche Luca Jahier, appena eletto presidente del Comitato economico e sociale europeo. L’Europa è alle prese con una crisi molto forte che causa povertà e disoccupazione giovanile. Di quale economia ha bisogno il Continente?
Sono stato molto contento di incontrare Luca Jahier e di ritrovarlo a capo del Comitato economico e sociale europeo. In Europa stanno nascendo nuove periferie che si vanno ad aggiungere a quelle vecchie. Alle antiche contrapposizioni tra Nord e Sud, Oriente e Occidente, si stanno aprendo nuove periferie all’interno degli stessi Paesi europei dove ci sono regioni economicamente più forti e altre più deboli. Ci sono poi le sfide delle migrazioni all’interno dell’Europa stessa, come sta avvenendo in Bulgaria che ha perso una gran parte della sua popolazione o in Germania dell’Est. Bisogna anche vegliare perché il digitale non crei ancora nuove periferie. Insomma, non possiamo lasciare che questi processi siano lasciati al caso. Occorrono politiche capaci di gestirli e studi seri in grado di leggere e comprendere la complessità perché le persone oggi in Europa non abbiano la sensazione che gli uomini e le donne impegnati in politica non abbiano sufficiente consapevolezza dei problemi attuali e la capacità di gestirli con soluzioni positive. Come dicevo prima, l’Europa ha bisogno di più solidarietà: è qualcosa per cui le Chiese possono dare un forte contributo perché tutto il nostro sistema dei valori cristiani è basato sul principio della solidarietà e dell’uguaglianza. Tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio e questa uguaglianza è alla base della dignità umana, alla base del principio cristiano che ogni essere umano ha gli stessi diritti. Sono questi i principi da seguire per politiche che siano a servizio della persona umana.

Jean-Claude Juncker con Jean-Claude Hollerich

Siamo in un periodo di guerra che vede implicata anche l’Europa. Quale parola di pace può dire oggi la Comece? 
L’Europa è sempre stato un progetto di pace. Se si tradisce la pace, si tradisce l’Europa. La forza dell’Europa non può essere unicamente fondata sulle forze armate. Se si ha bisogno di ricorrere alle forze armate, o all’intervento militare per la pace, bisogna sempre ben valutare quando e in quali condizioni farlo. La guerra è sempre un disastro. Le guerre uccidono. Non esistono guerre pulite.

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