Convegno nazionale insegnamento della religione cattolica

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Stefania Careddu

La scuola ha bisogno di “fiducia, che diventa antidoto alla paura che spesso si trasforma in violenza”, di “bellezza, da cui nasce il desiderio” e di “amicizia, perché la collaborazione, le alleanze solo funzionali non bastano”. Sono tanti gli spunti emersi dal Convegno nazionale che ha riunito, a Roma, 230 responsabili diocesani e regionali della pastorale della scuola e dell’Irc sul tema “Non abbiate paura di sognare cose grandi. La Chiesa per la scuola, guardando al Sinodo 2018”. A tracciare un bilancio, guardando alla cronaca e alle sfide che il tempo attuale presenta, sono Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università, e don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica.

Prof. Diaco, quale è il messaggio che il Convegno nazionale affida al mondo della scuola e alle comunità cristiane?
Il primo è quello di una grande passione per il compito educativo, per la scuola e per la comunità cristiana che esce dalle proprie mura. Gli interventi di questi giorni hanno messo in luce un desiderio e un senso di responsabilità: essere nella scuola significa infatti assumerla nella sua interezza, nella sua serietà, nella sua fatica, nella sua specificità. E la Chiesa prende sul serio l’uomo e si offre, ma non vuole fare da sola, non si concepisce come autosufficiente. È stato un Convegno di relazioni, di dialogo, di confronto non solo fra i partecipanti, ma anche con le persone che sono venute a condividere il loro pensiero e la loro esperienza. La categoria del “sogno” non voleva essere un artificio retorico e il fatto che il Papa la usi spesso significa che nel nostro tempo abbiamo bisogno di sviluppare una capacità non solo di immaginazione, ma di rinnovamento e di coraggio.

Don Saottini, non a caso il tema del Convegno aveva come perno proprio il sogno e la paura….
La paura diventa una categoria propria dei ragazzi, ma anche il rischio di tanti educatori, insegnanti, degli stessi genitori. Per questo abbiamo scelto come tema l’invito di san Giovanni Paolo II a non avere paura e a sognare, una categoria che parla di ottimismo, di qualcosa di positivo e ricco. In questo quadro, si può fare riferimento al

mondo dell’insegnamento della religione che è attraversato da problematiche concrete, da situazioni di difficoltà, come l’applicazione della legge o la questione del concorso, ma rappresenta un’occasione che la Chiesa ha di uscire nella nostra realtà italiana.

La religione cattolica è infatti materia scolastica, è esercizio di azione educativa in modo ricco e complesso, adatto al tipo di società che si vuole realizzare.

A proposito di insegnamento della religione cattolica: il cardinale Bassetti, nella sua relazione introduttiva, ha fatto riferimento a “polemiche pretestuose”. Nonostante il calo nelle adesioni, l’Ircresta una scelta condivisa. Cosa significa, don Saottini?
Il calo non è nemmeno fisiologico, è meno di quello che si potrebbe pensare visto che ad avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica sono circa l’84 per cento degli studenti, un dato non assolutamente paragonabile né al numero di cattolici praticanti né di chi si dice convinto. Al di là di certi scoop che criticano il modo di applicare l’Irc in un contesto multiculturale, bisogna vedere al realtà: si tratta di una scelta che, come ricordano anche altre fonti, è assolutamente densa di sogno. Una scelta vincente che Chiesa e la società italiane stanno facendo perché permette di offrire occasioni preziose di crescita autentica, di relazioni sincere.

Prof. Diacobullismo e cyberbullismo sono fenomeni preoccupanti. Come affrontarli?
Sarebbe un errore pensare che questi fenomeni nascano nella scuola: le loro radici sono al di fuori. Ecco perché il problema non può che essere affrontato insieme dalla scuola, dalla famiglia, dal territorio, dalla comunità cristiana, dal mondo dello sport e della salute. È un segnale forte che la società rimanda sulla nostra capacità di essere educatori: se un ragazzo si rende protagonista di questi episodi, vuol dire che non è stato aiutato a capire i limiti, l’importanza del rispetto, della fraternità, del rapporto tra diritti e doveri. Certamente

la scuola non può abdicare, ma non possiamo chiedere alla scuola di fare tutto da sola,

anche perché spesso lanciamo messaggi incoerenti: le chiediamo di educare, ma tutti i messaggi che arrivano ai ragazzi dal resto della società sono di competizione e di prevaricazione.

Prof. Diaco, come definisce l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro?
È un esempio di quello che noi chiamiamo la Chiesa per la scuola. Da quando la legge 107 ha esteso l’alternanza al triennio delle superiori, la Chiesa si è messa a disposizione come comunità, nel rispetto di tutte le prerogative che la legge richiede. Sono natiprotocolli, collaborazioni, intese tra uffici scolastici territoriali e la Chiesa a tutti i livelli e registriamo, come documentato nel Dossier pubblicato dall’Ufficio Cei,  una grande pluralità di esperienze in luoghi educativi, della comunicazione, del tempo libero, della solidarietà. Si tratta di un’esperienza che può essere migliorata, in due direzioni: sia nell’intenderla come occasione formativa, per cui l’insegnante non deve sentirsi defraudato di ore o sovraccaricato, sia nella direzione di un maggiore coinvolgimento degli studenti anche nella fase di elaborazione.

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