La Civiltà Cattolica, Il legame intellettuale fra Papa Francesco e Miguel Ángel Fiorito

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Negli ultimi mesi stanno provvidenzialmente proliferando articoli, studi e monografie sulla formazione culturale e intellettuale di Papa Francesco. Quello che emerge è il capovolgimento del un cliché piuttosto semplificativo che dipinge Papa Francesco come uomo tanto impegnato nella carità e nella risoluzione concreta dei problemi, quanto lontano da quella che è una vera e propria formazione teologica. Su questa linea si colloca anche un saggio di p. José Luis Narvaja che comparirà sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica in uscita sabato 7 aprile.

Nel suo contributo, l’autore mostra come l’attuale pontefice sia intellettualmente legato alla figura del gesuita argentino Miguel Ángel Fiorito (1916-2005), che ”fu rettore dell’Università del Salvador (1970-1973) a Buenos Aires, professore di metafisica, nonché decano (1964-1969) presso la Facoltà di Filosofia del Collegio Massimo di San Miguel, e direttore della rivista Stromata, nella quale si pubblicavano articoli dei professori della Facoltà”. Fiorito ricevette dall’allora provinciale dei gesuiti Bergoglio l’incarico di dirigere la rivista Boletín de Espiritualidad, pubblicazione nata sempre all’interno del Collegio Massimo e che si occupava in particolare della formazione pastorale e spirituale. La redazione era costituita da gesuiti che stavano terminando il loro percorso di formazione e che concentrarono la loro riflessione teologica sul tema della pietà popolare, tema sviscerato non tanto a partire dalla speculazione teologica, quanto dalla concerta esperienza pastorale di questi giovani sacerdoti nelle parrocchie argentine. Essi furono particolarmente ispirati anche a un discorso che Bergoglio fece il 18 febbraio 1974 in occasione della XIV Congregazione Provinciale e che può essere riassunta a partire da alcune domande che riproponiamo qui di seguito.

(1) “Qual è il “popolo fedele”?». Nel suo discorso Bergoglio dice che il popolo fedele è «quello con cui entriamo in contatto nella nostra missione sacerdotale e nel nostro impegno religioso. È evidente che il “popolo” è già – tra noi – un termine equivoco, a causa dei presupposti ideologici con i quali si ascolta o si pronuncia questa realtà del popolo. Ora mi riferisco semplicemente al popolo fedele»”.

(2) “«Che cosa possiamo imparare dal popolo fedele?». Bergoglio risponde: «Quando studiavo teologia e consultavo il Denzinger e i trattati per dimostrare le tesi, rimasi ammirato di fronte a una formulazione della tradizione cristiana: il popolo fedele è infallibile nel credere. Da allora ho tratto la mia formula, che non sarà molto precisa, ma che mi aiuta molto: quando vuoi sapere ciò che crede la madre Chiesa, vai dal Magistero (perché esso ha il compito di insegnarlo infallibilmente); ma quando vuoi sapere come crede la Chiesa, vai dal popolo fedele…»”.

(3) “«In che misura possiamo parlare di un’ermeneutica del popolo fedele?». Bergoglio dice: «Il nostro popolo ha un’anima e, poiché possiamo parlare dell’anima di un popolo, possiamo parlare anche di un’ermeneutica, di un modo di vedere la realtà, di una coscienza…»”.

A partire da queste parole di Bergoglio, i gesuiti del Boletín de Espiritualidad si misero a riflettere sul popolo e sulla sua religiosità, guidati proprio da padre Fiorito. Essi sottolinearono come non si debba “considerare il popolo come «oggetto» di studio. È invece il suo modo di vivere la fede e di creare una cultura che deve essere il punto di partenza di tale pensiero. Deve risultare ben chiaro che il popolo è il soggetto, e non l’oggetto, delle espressioni religiose e cultuali. In tutti i casi in cui il popolo viene considerato come oggetto, c’è bisogno di ricorrere a una «ideologia» per consentire tale interpretazione. Da qui l’affermazione di Bergoglio sul carattere equivoco del termine «popolo».”

Molto preziosa è la riflessione dei redattori del Boletín de Espiritualidad per quanto riguarda l’unità della Chiesa. In un tempo in cui nella Chiesa si facevano spazio elaborazioni teologiche divisive e che mutuavano i loro principi dalle categorie marxiste, come ad esempio la teologia della liberazione, in Argentina, partendo da una prospettiva eminentemente religiosa, si andava profilando una riflessione teologica che non minava l’unità della Chiesa e che anzi evidenziava la sua unità. Infatti, “in primo luogo, quando si parla di «religiosità popolare», sembra che venga presa in considerazione solo una parte della Chiesa, lasciando fuori la Chiesa colta. Questo si deve al fatto che l’aggettivo «colto» è inteso come «erudito», e non – quale realmente è – come «creatore di cultura». A partire da questa prospettiva, il gruppo di riflessione dà la seguente definizione: «La cultura è un modo di vivere e di morire di un popolo: noi ci accostiamo ad essa dal punto di vista religioso ed ecclesiale». Poi i giovani gesuiti indicano due interpretazioni negative della «religiosità popolare». Sono negative, perché considerano il popolo o come «ignorante» o come «alienato». In contrasto con queste posizioni ideologiche, il gruppo di riflessione afferma decisamente: «Crediamo che la nostra gente non sia né “ignorante” (contro la concezione liberale), né alienata (contro la concezione marxista)». Un problema analogo nasce da una divisione semplificata tra la Chiesa dei poveri «in contrasto» con una Chiesa dei ricchi, e non – quale è realmente – una Chiesa unica che deplora il cattivo uso della ricchezza. P. Fiorito prosegue dicendo: «Non c’è una “Chiesa dei poveri” contro quella dei ricchi, ma contro il cattivo uso della ricchezza; né una “Chiesa popolare” contro una “Chiesa colta”, perché anche il popolo ha una sua cultura»”.

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