Vescovo Bresciani: “cosa ha portato il centurione a questo atto di fede, di fronte a Gesù crocifisso e morto?”

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Venerdì Santo, Celebrazione della Passione del Signore, Omelia del Vescovo Carlo Bresciani.
Leggi l’articolo Davanti alla croce con lo sguardo del centurione

DIOCESI – “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”: così esclama il centurione che aveva assistito alla morte di Gesù in croce e aveva coordinato i soldati che dovevano crocifiggerlo. Davvero è sorprendente una tale affermazione, perché non è detto che questo centurione abbia assistito in precedenza a miracoli di guarigione, Gesù non è sceso dalla croce come qualcuno provocatoriamente gli aveva chiesto per dimostrare che fosse il Figlio di Dio come Egli stesso si era proclamato. Gli stessi capi dei sacerdoti, con gli scribi, facendosi beffe di lui, pendente dalla croce, dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (Mc 15, 31-32). Dimostrano di conoscere i miracoli compiuti da Gesù, ma non credono a lui. Non sono bastati i miracoli a scuotere la loro incredulità. Al centurione, un pagano, invece, basta vedere come Gesù è morto in croce per arrivare a comprendere che in Lui c’è qualcosa di divino, per questo afferma “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”. È certamente sorprendete questo contrasto. Quello che i passanti, gli uomini di strada, gli stessi sacerdoti, non avevano compreso, l’hanno capito i soldati.

Che cosa può avere visto questo centurione per giungere a questa affermazione di fede così vera e così profonda? Che cosa l’ha portato a scoprire in un crocifisso, condannato a morte, il Figlio di Dio? Se ci fermiamo a guardare la scena che si trova davanti, vediamo che nulla c’è di grandioso, nessuna manifestazione di potenza, non c’è la voce del Padre che dice “questi è il Figlio mio diletto, ascoltatelo” come era avvenuto al Giordano quando Giovanni Battista battezzò Gesù … solo un morto in croce con il cuore trafitto da una lancia e, ai piedi della croce, passanti che lo scherniscono e una madre silenziosa addolorata in pianto.

Eppure, certamente, qualcosa di possente ha colpito questo centurione portandolo al di là delle apparenze di desolazione e di dolore. Non era certamente la prima volta che assisteva a una crocifissione. Era pena diffusa tra i romani, tanto che Gesù non era solo sulla croce, ma c’erano altri due uomini, uno alla destra e uno alla sinistra: due ladri, rei di colpe, quindi, e  neppure tanto gravi.

Il modo in cui Gesù ha affrontato la sua passione, la sua crocifissione e la sua morte, momenti dei quali il centurione è stato testimone in prima persona comandando la guarnigione che aveva arrestato Gesù, ha portato lo stesso centurione a scoprire che in quell’uomo Gesù c’era qualcosa di infinitamente grande, qualcosa di divino in quella estrema debolezza umana. Si è realizzato in lui quanto Gesù aveva detto e cioè che quando fosse stato innalzato sulla croce si sarebbe compreso chi egli fosse veramente. “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).

Ecco quello che può sembrare un paradosso: il momento di maggior debolezza di Gesù (la sua crocifissione) diventa il momento della sua più grande manifestazione come Figlio di Dio anche ai pagani, rappresentati da questo centurione.

Chiediamoci: che cosa ha portato il centurione a questo atto di fede, di fronte a Gesù crocifisso e morto? La domanda è importante per noi, perché la nostra stessa fede vede in quel crocifisso il Figlio di Dio e, se non lo vediamo lì, la nostra fede è monca, non è penetrata nel mistero della redenzione.

Gesù è l’innocente, e il centurione questo l’ha capito anche dal processo farsa che Pilato ha intentato; ha compreso che la sua condanna a morte è scaturita dall’inettitudine e dalla paura dei Giudei che hanno preso il potente Pilato; ha visto questo innocente portare la croce senza nessun improperio; l’ha visto accettare il dolore dei chiodi che trapassavano la sua carne senza lamentarsi, e alla fine l’ha sentito pronunciare parole di perdono per coloro che l’avevano crocifisso. Nessun odio nelle sue parole, ma solo amore e perdono. È da Dio l’amore che non si lascia vincere da nessun male, neppure da quello di una morte ingiusta.

A me pare che sia stato questo amore a scuotere le viscere del centurione, abituato a ben altre scene di violenza, di odio e di rancore. È stato colpito al punto da arrivare a scoprire una grandezza sovrumana sotto le apparenze di una ignobile croce sulla quale troneggiava l’amore infinito che non poteva essere che divino. Ciò che non sono stati in grado di compiere i miracoli di Gesù, è stato in grado di compierlo l’amore divino che la passione e la croce di Gesù non sono riuscite a spegnere.

La grandezza della fede e del cristianesimo non sta che in questo: non nella potenza o nei numeri, non nelle sane e giuste dottrine su Dio, che pur sono necessarie, ma nella condivisione con Gesù di un amore che anche nelle situazioni più dolorose e ingiuste non si lascia spegnere dall’odio, dalla vendetta, dal risentimento, dal rancore.

A Gesù su quella croce è stato tolto tutto, anche l’ultimo pezzo di vestito; è stato tolto l’onore umano immergendolo nella morte ignominiosa riservata ai delinquenti; gli sono stati tolti anche i suoi apostoli, fuggiti perché presi dalla paura; gli è stato trafitto anche il cuore con una lancia, ultimo affronto al suo corpo immacolato. Ma quello che avrebbe forse voluto essere l’ultimo affronto per essere sicuri di aver spento per sempre la sua vita, ha rivelato definitivamente la sua grandezza: quella di un cuore divino. Il cuore di Dio che ama anche quel mondo che non ne vuole sapere di lui e che continuamente lo rifiuta cercando non l’amore, ma le sue apparenze e i suoi surrogati più superficiali che spariscono alla prima difficoltà, come è sparita la fede superficiale di coloro che, contando soltanto sui miracoli di guarigione, seguivano Gesù, ma sono stati poi pronti ad abbandonarlo nel momento della prova.

Cosa ha visto allora il centurione: la divinità di un amore che è fedele sempre, anche nell’affronto più radicale della morte in croce. Gli altri se ne stavano lontano, gridando senza capire, lasciandosi manipolare  dalla folla che giudicava senza sapere.

Chiediamo al Signore di non parlare di lui standocene lontano. Andiamogli vicino come, loro malgrado, hanno fatto i soldati, e hanno potuto ascoltare le sue parole. Dobbiamo avere il coraggio di superare il cerchio della gente che parla senza conoscere. Anche per noi si spezzerà il velo del tempio che oscura i nostri occhi e ci impedisce di entrare nel mistero di Dio che è amore infinito anche nella debolezza più estrema della croce.

Potremo anche noi oggi con il centurione, piegandoci per un bacio al crocifisso, confessare con umiltà di fede: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”.

+ Carlo Bresciani

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