L’innocenza della verità, l’impotenza del diritto, l’imbroglio della politica

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Di Massimo Naro

“Cos’è verità?”: la domanda di Pilato segna una sporgenza misteriosa nella ricostruzione che l’evangelista Giovanni fa della passione di Gesù. Sembrerebbe il culmine di un dialogo filosofico, che farebbe del governatore romano un epigono di Platone e del dramma del Maestro di Nazareth una riscrittura della morte di Socrate. Eppure, il fatto che il procuratore non aspetti risposta e vada subito a proclamare la sua prima sentenza (“Non trovo in lui nessuna colpa”), ci spinge a ravvisare in lui la figura di un onesto inquirente – alla Hercule Poirot, come l’ha interpretato Kenneth Branagh in “Murder on the Orient Express” – che si chiede a denti stretti come stiano davvero i fatti, più che quella di un pensoso questuante della verità.

In ogni caso, in quella pagina evangelica la figura di Pilato campeggia, importante. Non per niente scrittori come Michail Bulgakov – ne “Il Maestro e Margherita” – o il nostro Luigi Santucci – in “Volete andarvene anche voi?” –, ma anche teologi come Gerd Theissen – romanzando i risultati della sua ricerca esegetica nel racconto “L’ombra del Galileo” – e storici del diritto romano come Aldo Schiavone – nel suo saggio biografico Ponzio Pilato: un enigma tra storia e memoria – lo mettono al centro dell’attenzione, come una sorta di co-protagonista.

In quello scenario tutto interno all’orizzonte biblico, Pilato rappresenta il “resto del mondo”, che alla sua epoca era comunque il “mondo tutto quanto”, dentro cui la rissosa e marginale provincia palestinese poteva soltanto agitarsi.

Rappresenta, soprattutto, il ruolo che l’ellenismo (a quel tempo, ormai, evolutosi in un crogiuolo di civiltà ammeticciate) gioca nella storia del Messia ebreo, il quale – secondo il resoconto giovanneo – gli aveva già esposto la sua versione della verità: il giovane rabbì si protestava innocente, presentandosi non come il reo della situazione, bensì come il “testimone” della verità stessa, vale a dire della fedeltà di Dio alle antiche promesse di salvezza.
Difatti, la maggior parte di coloro che ai nostri giorni se ne sono occupati, considera il prefetto romano – col suo interrogativo fatale – quale corifeo di una paideia ellenistica dal respiro più denso, se non più lungo, della giurisprudenza latina. Forse pesa qui la simpatia che per l’ellenismo aveva il quarto evangelista, prosecutore della sequela che nei confronti di Gesù aveva vissuto Giovanni di Zebedeo, il quale da ragazzo aveva fatto il mestiere del pescatore nella “Galilea delle Genti”, lì dove gli israeliti parlavano aramaico ma masticavano anche il greco, e scrivevano in greco ma pensando in aramaico.

Paolo di Tarso, che impugna la penna molto prima degli evangelisti, nella sua prima lettera ai Corinzi, con minore indulgenza chiama in causa la grecità in riferimento al Crocifisso del Golgota: “Mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la saggezza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio”. E, da buon cittadino romano, volutamente evita di mettere alla sbarra gli ufficiali dell’imperatore. Per Paolo lo scandalo religioso e quello culturale esprimono il senso della passione di Gesù molto più che l’abuso di potere: l’abbaglio, o l’imbroglio processuale, passa in second’ordine.

Tuttavia, se torniamo alla versione giovannea, scoviamo gli indizi utili a farci reputare l’interrogativo di Pilato piuttosto come il punto d’innesto della filosofia nel diritto:
la filosofia è chiamata in causa lì dove si appura il diritto, traslocando il portico nel pretorio e divenendo così filosofia del diritto.

La passione del Cristo è stata pronuba di questo incontro supremo, che ha permesso effettivamente all’uno e all’altra di oltrepassarsi e di continuare ad aver senso anche dopo la svolta epocale impersonata da Gesù (molto più decisiva della cosiddetta svolta costantiniana).
Ma quando diritto e filosofia s’intrecciano, la politica s’insinua nel loro campo come zizzania e la domanda su cosa sia verità si traduce in domanda su cosa convenga fare per salvare la faccia e la poltrona. “Abbiamo solo un Cesare, se rimandi libero il Cristo te ne faremo subire le conseguenze”: così suonava la capziosa minaccia dei capi dei giudei all’orecchio del procuratore romano. La ragion di stato costringeva la filosofia del diritto ad abortire in una mera esercitazione retorica.

Riflettendo sulle annotazioni del quarto evangelista riguardo al comportamento di Pilato, e in particolare pensando al cartiglio trilingue da quest’ultimo dettato e inchiodato in capo alla croce di Gesù, mi pare di percepire proprio l’arroganza della politica, che diventa l’ambito in cui poter strumentalizzare il diritto per mascherare l’incapacità di dare ragione alla verità. Il cartiglio, difatti, avrebbe dovuto dichiarare il capo d’imputazione contro Gesù, e invece proclama la sua regalità. I farisei lo capiscono e reclamano che venga ritoccata la dicitura, ma Pilato replica: “Ciò che ho scritto, ho scritto”. Nondimeno, così orpella l’ingiustizia e l’errore, per farli apparire una misura politica: vuole convincersi che non condanna un innocente, ma che sta liquidando un avversario politico dell’impero.
In verità, dacché s’è celebrato quel controverso processo, di cui la liturgia ecclesiale ci rinnova il ricordo nella Pasqua annuale, è proprio la politica – spesso – a risultare colpevole, imperterrita recidiva a danno degli ultimi e dei più deboli. Sempre difficile – oggi non meno di allora – trascinarla sul banco degli imputati. Del resto, anche in tal caso, la verità processuale rimarrebbe disgiunta da quella fattuale.

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