Via Crucis al Colosseo: suor Genevieve porterà la croce

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Daniele Rocchi

“Insieme alla Croce porterò con me il mio popolo iracheno, i suoi martiri cristiani, tutti i dolori patiti fino ad oggi. Un ricordo particolare sarà per le consorelle della mia congregazione che hanno tanto sofferto per la guerra e per tutti coloro che ancora non hanno conosciuto Gesù”.

È emozionata suor Genevieve Al Haday, suora irachena dell’ordine delle domenicane di Santa Caterina, nel raccontare al Sir tutta la sua emozione per essere stata scelta a portare la Croce durante la Via Crucis al Colosseo con Papa Francesco, il prossimo Venerdì Santo. “Non so ancora in quale stazione la porterò”, dice con un sorriso la religiosa, originaria del villaggio cristiano di Qaraqosh, nella Piana di Ninive, uno dei tanti invasi dallo Stato islamico nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014, quando circa 120mila cristiani furono costretti a fuggire ad Erbil, in Kurdistan, per cercare rifugio dalla violenza dei jihadisti.

Ricordo nitido. Il ricordo di quella notte è ancora nitido nella mente di suor Genevieve: “Io mi trovavo nel villaggio di Telluskof. Con altre quattro consorelle siamo riuscite ad entrare in un bus per Duhok portando con noi persone anziane e disabili. Erano le dieci di sera. Una distanza che di solito si percorreva in 20 minuti ha richiesto oltre tre ore”. Un tempo sufficiente per capire che quello che stava accadendo sotto i suoi occhi era l’”Esodo” dei cristiani di Ninive.

“Ho visto gente che camminava a piedi, con quel poco che era riuscita a prendere dalla propria abitazione, in direzione del deserto senza sapere cosa avrebbe trovato. ‘Sfollate tra gli sfollati’, siamo rimaste con la nostra popolazione cristiana, giorno e notte, pensando soprattutto ai bambini. Oggi, grazie a Dio, a Qaraqosh sono tornate oltre 10mila persone e abbiamo riaperto una scuola, due asili e un orfanotrofio. Questo per noi è un segno di Resurrezione e di speranza. La Croce salva tutti”.

Rinascere dalle macerie della guerra. La stessa speranza di salvezza che la religiosa nutre per l’Iraq e per i paesi in guerra del Medio Oriente. “A questa Croce che sono chiamata a portare – aggiunge suor Genevieve – vorrei caricare anche le speranze della mia terra, l’Iraq, che vuole risorgere dalle macerie della guerra. La Pasqua ci fa guardare in Alto e al futuro con speranza. Vogliamo far rinascere la nostra terra lavorando con i fratelli musulmani con i quali non abbiamo problemi. La presenza dei cristiani in Iraq racconta la fedeltà che essi hanno verso la loro terra. Ciò che vogliamo è vivere in pace in un Paese libero e stabile a fianco di tutti gli altri iracheni. Siamo iracheni e tutti figli di Dio. Se mai avrò la possibilità di incontrare Papa Francesco gli chiederò di pregare per il nostro Iraq affinché resti fedele a Gesù”.

Lacrime di solitudine. “Che il mondo trovi pace e serenità, che le popolazioni cristiane e non, credenti e non, vivano insieme nel rispetto reciproco, nella carità, nella giustizia, nel diritto. Questi sono i valori più importanti che non devono essere disattesi. Il mondo ha tanto bisogno di carità, di fraternità e di condivisione. Noi abbiamo sperimentato la bellezza della fraternità grazie alla solidarietà che ci è arrivata dopo l’invasione dell’Isis da ogni parte del mondo”. E la fraternità non conosce confini, dall’Iraq all’Italia: “Tre giorni fa una signora anziana che abita qui, a Roma, vicino alla nostra casa, è venuta a bussare da noi. Una volta entrata è scoppiata a piangere. Erano lacrime di solitudine che mi hanno fatto riflettere alla solitudine di Gesù nell’orto degli ulivi. E allora ho pensato che Venerdì sera al Colosseo, su quella piccola Croce, dovevano esserci anche le lacrime di questa signora e quelle di tanti che si sentono soli e abbandonati”.

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