La Pasqua cristiana è un vuoto a rendere

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Marco Pozza

Quando la porta del Santo Sepolcro di Gerusalemme si chiude, c’è un che di mistico che mi invade il cuore: la certezza che quella notte sarà una di quelle da batticuore. La notte del poeta, quella che avevo imparato a memoria durante le vacanze di Pasqua della V elementare. Parole notturne, di silenzio, volte al plenilunio: “Un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato (…) Non sono mai stato tanto attaccato alla vita” (Veglia). Parole che, chiusi dentro nel Sepolcro, oggi annunciano la vita, raccontando il mistero di un vuoto capace di saziare i cuori (“Le ragioni della speranza”, Sabato Santo, ore 16,15, Rai1). E’ la più bella frase mai scritta in italiano: “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Quasi che il poeta avesse messo in poesia l’insonnia che impedì al corteo delle donne d’addormentarsi quella notte: stettero sveglie, capelli aggrovigliati, per prime giunsero al sepolcro. A ripercorrere quei passi, nel silenzio monastico di quel luogo,

la forza d’urto dei Vangeli è d’insopportabile bellezza:

reggerla per più di due secondi, è correre il rischio d’impazzire. Lasciarsi reggere da lei è fare esperienza di un vuoto denso di mistero. “Vuoto a rendere” c’è scritto nelle casse di certe bottiglie delle bibite: ci suono dei vuoti, dunque, da non gettare, si riciclano, diverranno pronti per nuove avventure. La Pasqua cristiana è un vuoto a rendere: ci sono dei cuori così sazi che solo un vuoto riuscirà a soddisfare. Un sepolcro vuoto. Fare memoria, da dentro, di quegli attimi procura vertigine.

La vertigine di Lucifero, quella che si scorge appena sopra il Sepolcro, nel luogo del Golgota. Da lassù, coccolato da Lucifero che lo invitava ad andare in pensione, Cristo guardò Gerusalemme. Più che pensione, fu vera passione: la città in festa, i soldati che giocavano a dadi sotto la croce, gli amici dati per dispersi. Padre muto, Madre in panne. Lucifero, l’anima lurida della salvezza, scatenato: “Lasciali perdere, Cristo. Non t’accorgi che a tutta questa gente non gliene importa nulla di te?”. Forse non importava loro nulla, resta il fatto che loro importavano a Lui. Loro: quei briganti, sangue canaglia, che verso il plenilunio, fiutano il possibile salvataggio: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Tradotto: “Sei Re, ti credo. Se non t’arrabbi, se non ti costa troppo, fai una preghierina per me quando arriverai lassù, a casa tua”. Parole di brigante, peso specifico elevato: chi ha sostato anche solo una volta sull’orlo dell’abisso, ricorda che nell’oscurità le parole valgono doppio. Anche la disfatta di Satana è doppia: “Sarai con me nel Paradiso, stasera”.

Sul Calvario, proprio laddove Satana accelerava, Cristo celebrò la prima canonizzazione dell’epoca cristiana: l’ultimo della classe – quello che era stato a libro paga del male – è diventato il primo della classe. Lucifero trema: non tutto sarà possibile a lui. E’ la prima rivincita di Maria: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”.

Dentro la tomba, m’inginocchio e poggio il capo su quella lastra odorosa di unguento. Mi hanno raccontato che sotto ce n’è un’altra: è spaccata, piegata a metà. La forza d’urto della Risurrezione spezza il male a metà. Lì, capo chino, rimedito sui fatti accaduti: ad accompagnarlo in Paradiso è un ladro. La prima alla quale, risorto, appare è una donna incidentata, Maddalena. Posizionati accanto a Cristo, quei due somigliavano a tazze di plastica dentro un negozio di porcellana. Lui li scelse come apripista: chi vorrà credere, d’ora innanzi, dovrà fidarsi delle parole di quei due. Aveva avvisato: i pubblicani e le prostitute, all’incrocio, vi sorpasseranno. Lucifero Gli rise in faccia. Lui non mise fretta: agli amici, però, ricordò che la parola data va mantenuta almeno entro questa vita.
Quando usciamo dal sepolcro, Gerusalemme si sta risvegliando. Anche stavolta è l’ora dell’alba, delle grandi manovre. Corro, senza accorgermene.

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