Pre-Sinodo dei giovani: i nostri ragazzi sono affidabili quando vengono presi sul serio

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Michele Falabretti

La riunione presinodale dei giovani si è chiusa con la celebrazione della Domenica delle Palme in Piazza san Pietro: gesto simbolico visto che, in realtà, quella celebrazione è una apertura verso la grande settimana, cuore della vita cristiana. Come dire: l’incontro presinodale finisce a Roma, ma tutto si riapre e rilancia nei continenti e paesi del mondo e nella vita quotidiana.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Come era prevedibile, il mondo della comunicazione si è buttato su alcuni passaggi del documento finale cercando il gancio per sollevare temi e questioni; e magari trovare il modo di alimentare qualche polemica. A me pare che sia più importante (in questa fase) sottolineare la bontà e la forza del processo sinodale.

I giovani si sono sentiti interpellati dalla Chiesa, sono rimasti affascinati dalle parole del Papa che ha chiesto loro di avere “faccia tosta” e di dire ciò che portano nel cuore.

Non è poco, perché una volta di più abbiamo capito che ai giovani interessa (molto) sentirsi presi sul serio, ascoltati: una Chiesa che ha il coraggio di lasciarsi interrogare dal loro sentire e dalle loro provocazioni, sta facendo la cosa giusta per continuare a essere generativa di processi umani sempre più aderenti al Vangelo. È passata da tempo la generazione dei contestatori: forse i giovani si sono stancati di adulti capaci di assorbire e digerire tutto. Il muro di gomma che ha caratterizzato molti atteggiamenti e parole degli adulti nei decenni scorsi, ha provocato un disagio che rimane sommerso: ormai i giovani tendono ad andarsene per strade tutte loro senza preavvisi, sussurri, proteste. Se ne vanno e basta, lasciandoci (noi adulti) alle nostre tabelle, indagini statistiche o alle nostre convinzioni su come va il mondo o su dove dovrebbe andare.

Fermarsi e ascoltarli. Coinvolgerli in processi narrativi che ci permettano di comprenderli e a loro di raccontarsi.

E magari di capire qualcosa di questo tempo con l’umiltà di chi non pretende di sapere tutto.
Sarebbe stato bello (ma si sa: per fare bene le cose, bisognerebbe farle due volte…) avere la possibilità di ricominciare ancora per qualche giorno, aprendo un dialogo intergenerazionale. Mi sarebbe piaciuto fare domande a questi giovani, a partire da ciò che hanno scritto. Perché sono sicuro che di fronte alle domande degli adulti, si sarebbero appassionati molto nel poter chiarire ciò che hanno scritto inevitabilmente un po’ di corsa. Sia chiaro: una settimana di lavori, con trecento persone provenienti da tutto il mondo, è un tempo buono ma non ancora sufficiente.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Qualcuno mi ha chiesto che fine faranno le pagine del documento dei giovani. Ho risposto che è giusto avere speranza che i vescovi ne tengano conto durante il Sinodo. Ma sarebbe ancora meglio se tutti i cristiani adulti si sentissero impegnati a far proseguire questo incontro e scambio nella vita ordinaria. Un Sinodo non è un Concilio, dove si precisano i contenuti della fede. E nessuno di questi due luoghi, pur importanti, sono decisivi per la coscienza e la libertà di ciascuno: saranno solo le relazioni quotidiane che potranno esprimere lo spessore del cuore di ciascuno. E quindi vorrei davvero sperare che non ci si aspetti che il mondo cambi perché i giovani hanno inviato un documento ai vescovi, ma piuttosto perché abbiamo visto quanto siano affidabili i ragazzi quando vengono presi sul serio. Crederci e fidarsi, ancora oggi, è la sfida che attende gli adulti per poter entrare nel gioco della consegna generazionale della vita.

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