Migranti e rifugiati, padre Baggio: “con molti governi dialogo e convergenza su nostre richieste”

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Patrizia Caiffa

Procede in maniera positiva il lavoro di advocacy e dialogo che la Santa Sede sta portando avanti, tramite la Sezione Migranti & Rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, a favore dei diritti e della dignità di migranti e rifugiati di tutto il mondo. A livello di Nazioni Unite si sta intervenendo nelle varie fasi di negoziazione dei due Global compacts (Patti globali) sulle migrazioni sui rifugiati.  A luglio verranno chiuse le consultazioni sul documento che riguarda il Patto globale per i rifugiati e a fine luglio quello sulle migrazioni. Si prevede di avere in ottobre l’adozione del Global compact sui rifugiati, poi ci sarà una conferenza intergovernamentale a dicembre per il Patto sui migranti. A fare il punto è padre Fabio Baggio, co-segretario della Sezione Migranti & Rifugiati, che insieme a padre Michael Czerny ne hanno parlato ieri sera (7 marzo) alla plenaria dell’International Catholic Migration Commission (Icmc). Oggi (8 marzo) i partecipanti saranno ricevuti in udienza da Papa Francesco.

Siete soddisfatti dei risultati raggiunti finora?

Siamo molto contenti di vedere che i 20 punti, approvati dal Papa, siano stati considerati sia nel Global compact per i rifugiati, sia nel Global compact per i migranti.

Abbiamo visto una forte coincidenza sui principi fondamentali, ossia la grande preoccupazione per le vulnerabilità e le emergenze presenti in entrambe le situazioni, e il rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone.

Il vostro lavoro non si è fermato solo al livello globale, ossia all’azione di advocacy per incidere politicamente sulla discussione dei Global compact. Quali altri passi in avanti?

Abbiamo anche cercato di intavolare un dialogo, laddove possibile, con i singoli governi o con gli organismi regionali dei governi. Abbiamo iniziato dall’America Latina: abbiamo avuto un dialogo diretto, assieme alle Conferenze episcopali, con quasi tutti i governi, a livello informale o formale. Ci sono tante coincidenze sui principi su cui stiamo insistendo: diritti umani, dignità, migrazioni come opportunità e responsabilità condivisa, eccetera, per ottenere azioni concrete che corrispondano a quei principi che vogliamo vedere nei documenti finali. Abbiamo lavorato moltissimo e continuiamo a lavorare con le istanze del Parlamento europeo e della Commissione europea, con i diversi Commissari, attraverso la nunziatura presso l’Ue. È stato un confronto sui 20 punti. Sono stato anche due volte alla Commissione Libe del Parlamento europeo, incaricata delle libertà civili e dei diritti.

Ho ricevuto ovunque percezioni molto positive.

Ho avuto modo anche di incontrarmi con gli ambasciatori che fanno parte del Comitato politico e di sicurezza. Sono stati ottimi incontri durante i quali ci siamo confrontati sulle difficoltà e discusso su come potenziare la voce europea anche in vista di un recupero degli elementi fondanti della Costituzione europea.

Nel frattempo nell’Ue si parla di una revisione del Regolamento di Dublino, uno dei punti su cui insistete, per fare in modo che i rifugiati non debbano fermarsi nel primo Paese d’ingresso.

Sì, bisogna vedere come esercitare la condivisione di responsabilità e il maggiore impegno da parte di tutti i Paesi in un sistema comune di accoglienza dei rifugiati e valutazione dei casi, determinando poi la possibilità, per queste persone, di inserirsi in un Paese o un altro a seconda dei “vincoli importanti”.

Tra i 20 punti di azione vi è anche la richiesta di vie legali e sicure d’ingresso, come l’esperienza dei corridoi umanitari. Altri Paesi europei, oltre l’Italia, stanno rispondendo?

Come Santa Sede continuiamo ad insistere sulla possibilità di ampliare e chiarire quali sono i canali legali di migrazione sicura e regolare, per non lasciare spazio alla speculazione dei trafficanti di carne umana. Anche in questo senso c’è almeno una intenzione dichiarata da parte di alcuni Paesi di poter valutare i casi di rifugio e aprire altri canali umanitari per situazioni di particolare vulnerabilità. Ci fa piacere vedere che alcune di queste iniziative vengono prese anche prima dei Global compacts. Anche il Belgio ha aperto un corridoio umanitario di 150 persone attraverso la mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Sappiamo che la Francia è in cammino e che altri Paesi stanno valutando. Inoltre alcuni Paesi stanno riflettendo moltissimo sul riconoscimento dei titoli e delle professioni dei migranti e rifugiati e anche questo è un punto che avevamo sottolineato. Altri Stati dell’Ue sono interessati ad aiutare i Paesi confinanti nelle situazioni di emergenza dalle crisi umanitarie in corso. Abbiamo avuto anche contatti molto importanti con l’Unione africana e di fatto ci sono moltissime coincidenze.

In sintesi: Sudamerica, Europa ed Africa sono allineate, poi ci sono tante altre Conferenze episcopali che su loro iniziativa si sono avvicinate.

Usando alcuni dei 20 punti hanno intavolato un bellissimo dialogo con i governi corrispondenti, per vedere se è possibile tenere presenti questi punti nelle negoziazioni e come metterli in atto a livello nazionale.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Gli Usa hanno deciso di ritirarsi dal Global compacts sui migranti, come affrontare certe resistenze?

Questo non toglie che i nostri punti non possano essere interessanti anche in un contesto nazionale. I vescovi americani sono stati molto attivi su alcuni temi più sensibili che riguardano i migranti. So che il dialogo con il governo è molto aperto e la Conferenza episcopale è molto attiva in questo senso.

Dopo i risultati delle elezioni in Italia il dialogo su questi temi è da impostare di nuovo?

La Chiesa italiana è incaricata del dialogo con il governo, noi non abbiamo avuto un dialogo diretto. So per certo che cambiando gli interlocutori, o avendo idee diverse dagli interlocutori precedenti, ci sarà bisogno di sedersi di nuovo intorno ad un tavolo e vedere se gli accordi proclamati in precedenza possono essere confermati o trasformati . Mi riferisco anche agli accordi presentati nei mesi scorsi nei confronti degli ultimi arrivi e dei corridoi umanitari.  Facendo un ragionamento più generale, indipendentemente dall’Italia, sono convinto che chiunque vada al governo, a prescindere dal colore politico, non può non tener conto di una situazione che esiste. Non potrà sicuramente rimettere su un aereo le migliaia di persone arrivate negli ultimi anni ma forse andrà in una direzione diversa.

Immagino e auspico che la prudenza e la saggezza dei governanti saprà tener presente la dignità e i diritti fondamentali delle persone e la generosità che ha sempre caratterizzato il popolo italiano.

Siamo tutti d’accordo che è possibile gestire in modo migliore. Importante è che le proposte siano fatte in dialogo con tutti gli attori. Chiunque sia al governo è giusto che tenga ben presente l’impegno del terzo settore e della Chiesa cattolica in tutti i servizi proposti nei programmi. Perché è molto importante ascoltare le voci di chi ha lavorato in questi anni, 24 ore su 24, al servizio delle varie emergenze.

Riusciremo ad avere i due Global compact entro la fine dell’anno? Quali le prossime tappe?

Se non succede nulla di particolare per la fine del 2018 avremo i due Patti globali. Anche se nessun documento è la soluzione, perché non sono vincolanti. A meno che non ci sia l’intenzione dei singoli Stati di mettere in pratica il quadro di riferimento. Noi ci aspettiamo che l’impegno venga esplicitato dai singoli Stati.

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