“Wanted!” Indovinate chi sia il famigerato criminale la cui taglia è affissa in quasi tutte le nostre famiglie? Il piccolo grande “ricercato” è il cellulare: un oggetto che è molto di più di un oggetto. Non c’è strumento tecnologico che assommi così tante funzioni fino al punto da rendersi apparentemente indispensabile. Il suo piccolo ingombro è inversamente proporzionale al suo potere e quando, subdolo, si nasconde negli angoli delle nostre abitazioni, la sua ricerca può scatenare istinti come quelli di una muta di beagle all’inseguimento della volpe. Chi sa trascorrere una giornata senza cellulare? Chi un giorno, o anche solo un’ora senza una chiamata, un sms, un messaggio su Whatsapp, un’occhiata ad una mail, uno sguardo alla pagina Facebook, o anche solo qualche minuto col proprio gioco preferito? Inutile fare gli apocalittici e attenti a non essere troppo integrati: dobbiamo fare i conti con una realtà in evoluzione e sempre più complessa. Attraverso gli smartphone siamo perennemente immersi in un qui e ora che non è solo il luogo in cui viviamo fisicamente ma anche tanti altri. È un bene o un male? Non ci è chiesto di dare un giudizio univoco e definitivo, ma di essere instancabili indagatori delle nostre percezioni, affinché rimanga sempre al centro l’umanità che ci connota prima e oltre tutte le esperienze virtuali che la tecnologia andrà sempre più offrendoci. Mettendo i panni del genitore mi verrebbe da dire “vietato vietare” perché impedire ad un ragazzo adolescente di comunicare con i suoi coetanei attraverso il telefonino avrebbe un che di anacronistico; nello stesso tempo, però, è chiaro che ci voglia un codice di comportamento (almeno domestico!), come se il telefonino fosse un veicolo per il quale bisogna aver fatto un esame di guida, per evitare di andare a sbattere e far male a sé e agli altri. Chi ha diritto di scrivere le regole di buona condotta quando si tratta di comunicazione telefonica e virtuale, di social network e Rete? I genitori non si possono sottrarre, ma spesso denunciano un handicap di competenza; gli esperti sono proprio i ragazzi, ma che autorevolezza e responsabilità sanno indossare? Un esperimento che mi sento di suggerire è quello che ha intrapreso Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere della Sera, meritatamente noto a molti. Il suo ultimo libro “Metti via quel cellulare. Un papà, due figli. Una rivoluzione”, scritto a sei mani coi figli Rossana e Francesco, è un bell’esempio di dialogo fra generazioni. Un saggio di come, partendo da posizioni differenti, si possano trovare piste di confronto e di approfondimento che conducono ad una reciproca e più forte consapevolezza di quale sia il compito educativo dei genitori e quale l’apporto dei giovani. Una lettura avvincente: rapida come una successione di messaggi in chat, ma capace anche di pause di riflessione preziose. Uno sprone a fissare qualche paletto salutare, a mettere dei confini nella navigazione, qualche regola di galateo di cui potremo scrivere in una prossima puntata.