Bulgaria, il Paese cresce

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Iva Mihailova

Al timone del Consiglio dei ministri Ue per la prima metà del 2018, la Bulgaria sembrerebbe – per diversi aspetti – in ritardo di 10 anni rispetto agli altri membri dell’Europa dell’Est. Grazie all’Unione europea, a Sofia sono cambiate molte cose dall’adesione, avvenuta nel 2007: la situazione economica è in crescita, ma ci sono diverse riforme che attendono di essere realizzate e passi concreti per vincere la povertà e la corruzione.

Un nuovo volto. Churchill diceva che l’Europa finisce laddove iniziano a mangiare la zuppa di trippa e a bere bosa (bevanda tradizionale dell’impero ottomano), cioè nei Balcani. Ma oggi i Paesi balcanici vogliono mostrare un altro volto: che i valori e le ambizioni europee sono diventati parte indispensabile della loro vita politica ed economica. Questo tentativo si nota soprattutto in Bulgaria che dal 1° gennaio ha assunto la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue con forti accenti programmatici proprio sui Balcani occidentali.

Georgi Angelov

Due facce della moneta. Nella presentazione del programma semestrale al Parlamento europeo il primo ministro bulgaro Boyko Borissov ha descritto il suo Paese con ottimi indicatori economici: Pil vicino al 4%, disoccupazione al 6%, debito pubblico quasi azzerato, tutti risultati ottenuti soprattutto grazie all’aiuto dell’Ue e dei fondi comunitari. Nonostante questo, però, la Bulgaria rimane il Paese più povero fra i 28 membri comunitari, con redditi familiari modesti e una capacità di acquisto pari al 53% della media in Europa. “Sono due lati della stessa moneta. I dati economici citati dal premier Borissov sono veri, ma è altrettanto vero che Sofia fatica a raggiungere i livelli degli altri Paesi membri”, spiega al Sir Georgi Angelov, economista presso l’istituto “Società aperta”. A suo avviso, “la crescita economica è presente in tutti i Paesi dell’Europa dell’Est, ma la Bulgaria è partita da zero nel 1997, quando lo Stato è fallito; c’era l’iperinflazione e gli stipendi a un certo punto non superavano i 10 dollari”. Proprio questo decennio, con deficit elevatissimo e inflazione alta, che precede l’adesione all’Ue nel 2007 ha insegnato ai politici bulgari a essere prudenti e “oggi molti di loro non vogliono assumersi rischi”.

Le riforme mancate. Sofia rimane il Paese più povero in Europa anche perché le riforme hanno preso avvio non subito dopo la caduta del comunismo, ma 10 anni dopo, nel 1997.“A differenza della Polonia, che inizia i cambiamenti ancora nel 1988, la Bulgaria è un decennio indietro e gli indicatori economici lo dimostrano”,spiega Angelov, convinto che ci sia ancora molta strada da fare. “Alcune delle riforme sono pesanti, impopolari – afferma – soprattutto nel sistema sanitario e nei servizi di sicurezza e i governi non si decidono ad intraprenderli perché susciteranno proteste e problemi. D’altro canto è chiaro che stiamo solo versando dei soldi a vuoto, in sistemi poco efficienti”. Un aspetto positivo che l’esperto economico segnala invece è l’istruzione, priorità assoluta per il governo di Borissov che ha intrapreso una strategia per raddoppiare gli stipendi degli insegnanti e integrare tutti i bambini che non frequentano la scuola. Infatti da settembre, 15mila bambini rom sono tornati tra i banchi scolastici.

Il problema della corruzione. “Si poteva andare avanti molto più velocemente – chiosa Angelov – ma diversi fattori hanno contribuito al rallentamento” delle riforme in Bulgaria. “Oggi – a suo avviso – gli investitori stranieri lamentano la burocrazia, l’amministrazione lenta e il sistema giudiziario dove con fatica e sotto la pressione della Commissione europea si sta cercando di cambiare qualcosa”. “Il desiderio di Sofia di integrarsi maggiormente nell’Ue, entrando nell’area Schengen e nel Erm2, la sala d’attesa per l’euro, obbligheranno le autorità a intraprendere il minimo di esigenze europee per realizzare questi obiettivi”, spiega l’esperto dell’Istituto “Società aperta”.

Un problema rilevante rimane quello della corruzione

che viene notata da ogni osservatore esterno, presente sia a livelli bassi – il poliziotto che chiede soldi per non fare una multa – per arrivare alla spartizione di appalti pubblici. “Purtroppo l’ambiente crea i presupposti per la corruzione, e l’amministrazione pubblica ha forti possibilità di influire sul business”, afferma Angelov.

Progetti realizzati. Intanto, grazie ai fondi europei, la Bulgaria è cambiata tantissimo negli ultimi dieci anni: sono state costruite centinaia di chilometri di autostrade, sul Danubio è stato realizzato il secondo ponte che lega la sponda bulgara a quella europea, a Sofia ci sono due linee della metropolitana mentre la terza è in costruzione. “Certo i progetti costano molto meno a Sofia che negli altri Paesi europei – concorda Angelov con il premier bulgaro – ma il merito non è dei politici; costa meno la manodopera, le spese d’investimento sono minori. Proprio per questo vengono gli investitori stranieri: il Paese è povero e offre buone possibilità di sviluppo”.

Fuori Sofia, un altro Paese. La ricchezza che viene prodotta da un’economia in fermento si concentra però nella capitale Sofia e in altri 12 grandi centri, mentre appena un po’ fuori i grandi centri urbani si vedono paesi e villaggi spopolati, che i giovani hanno lasciato per andare all’estero o nelle grandi città e sono rimasti gli anziani, soli e con pensioni minime da 100 euro. “Spesso colleghi stranieri mi chiedono come fanno a sopravvivere queste persone e io non so dare una risposta”, spiega il segretario generale della Caritas in Bulgaria, Emanouil Patashev. Iòl quale racconta che in Bulgaria gli anziani, soprattutto nei piccoli centri, hanno difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari e sono molto isolati.“Sulla carta ci sono le strategie e i progetti sociali – continua – ma in realtà si fa poco per loro”.“Grazie a diversi progetti europei, si trovano assistenti che aiutano gli anziani, magari per la distribuzione di pasti caldi, per l’assistenza in centri diurni…”. Ma una volta finito il finanziamento, i comuni non continuano l’assistenza a spese proprie e il sostegno viene meno. “Per questo – dice Patascev – durante la presidenza bulgara il governo chiederà l’aiuto del Fondo sociale europeo, perché i progetti possano continuare oltre il 2020”. Nella speranza che nei prossimi 10 anni la Bulgaria sarà in grado di fare da sola ciò che oggi riesce a realizzare solo grazie alla solidarietà europea.

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