Rapporto Agcom e fake news: non solo inclusione mediale, ma una (ri)educazione a categorie dell’esistenza

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Massimiliano Padula

Il Rapporto sul consumo di informazione in Italia redatto da Agcom e relativo all’anno 2017 non fa altro che confermare un territorio mediale ormai completamente riconfigurato. Descrivere questo scenario va certamente al di là dell’analisi di processi ormai entrati nel linguaggio e nella coscienza comune come la cross-medialità, la simultaneità, la disaggregazione e la disintermediazione. Supera anche la certezza che i mezzi di informazione tradizionali (i giornali, la radio e, in parte minore, la televisione) siano in profonda crisi economica e reputazionale. E trascende, infine, la consapevolezza che siano i social network a rappresentare i nuovi orizzonti di conoscenza e costruzione di opinione. Tutto questo già lo sapevamo. Quello che invece non tutti percepiamo (e che dal documento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni emerge in modo chiaro) sono le insidie che questa rimodulazione comporta. Tra queste,

le fake news, espressione del momento e grandezza costitutiva di una comunicazione schizofrenica intorno alla quale è necessario vigilare e prendere le contromisure.

Le fake news non sono certamente un fenomeno nuovo. La menzogna è vecchia quanto l’uomo che, una volta socializzato, può deviare dalla verità (intesa come categoria originaria dell’esistenza) per cadere nelle spirali della falsità. Tutti – nostro malgrado – siamo vittime o vettori di piccole o grandi bugie. Non tutti però siamo in grado di intercettare la sottilissima linea che separa l’autentico dal fasullo. Una “fake” nasce proprio con connotati di verosimiglianza, credibilità e autorevolezza. In molti casi può costruire pareri e orientare scelte. Il web diventa terreno fecondo di questo limbo indistinto, caotico e turbolento. Gli esempi sono tanti. Basti pensare alla narrazione mediale del fenomeno “immigrazione” in chiave distorta e conflittuale. Oppure alla campagna elettorale in corso dove i proclami inverosimili del leaderino di turno diventano opportunità concrete per spostare l’asta delle preferenze. È innegabile, dunque, che la disomogeneità di accesso e la relativa difficoltà di decodifica dei contenuti del web possano creare quelle che il Rapporto definisce vere e proprie sacche di “esclusione o marginalizzazione mediale”. Si tratterebbe di un paradosso che annullerebbe il sensus partecipativo della Rete per ridurla a spazio di conflitto e di chiusura ideologica. A questo si aggiunge il ruolo duplice rivestito dai giovanissimi che (sempre secondo il Rapporto) “non si informano” o, se lo fanno, utilizzano un solo mezzo di informazione, che molto spesso è proprio il web”. Il quadro, quindi, si presenta complesso: da un lato un orizzonte sfumato, disordinato, rischioso. Dall’altro, il bisogno di modelli, guide, processi educativi indispensabili per edificare vite digitali rispettose dell’altro. E non importa se ci troviamo di fronte ad adulti o minori.

Quello che conta è un intervento integrale e onnicomprensivo volto non solo all’inclusione mediale, ma a una (ri)educazione a categorie dell’esistenza che sembrano purtroppo tralasciate o, ancora peggio, date per scontate.

Verità, rispetto per la dignità della persona, bene comune, solidarietà, intelligenza, (ri)diventano le armi con le quali possiamo combattere le tentazioni che Papa Francesco descrive in modo puntuale nel recente Messaggio per la XXXIII Giornata mondiale della Gioventù: “I continui fotoritocchi delle nostre immagini, il nascondersi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare noi stessi un fake, l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di ‘mi piace’”. Il Pontefice ci invita a discernere e, così facendo, “a mettere ordine nella confusione dei nostri pensieri e sentimenti, per agire in modo giusto e prudente”. Seguiamo il suo consiglio. È il modo migliore per colorare di bellezza ciò che ci circonda, per vivere online e offline con verità, per comunicare come persone per le persone.

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