Libano: nel centro medico della Caritas a Rayfoun i rifugiati siriani ritrovano la speranza

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Daniele Rocchi

“Siamo fuggiti da Aleppo tre anni fa a causa della guerra. Ora siamo in Libano ma non sappiamo cosa ci riserverà il futuro”. Gli occhi di Fatima (nome di fantasia) si posano sulla testa di sua figlia Soad che le gioca vicino mentre mangia un dolcetto. È irrequieta, oggi per lei è giorno di vaccinazioni, per questo motivo è venuta con la mamma e il papà al centro medico di Caritas Libano che si trova poco fuori Beirut, a Rayfoun.

Fatima, Ahmed e la piccola Soad

“Qui riceviamo assistenza medica gratuita. Non abbiamo soldi per pagare le strutture private”. Di sanità pubblica, per loro che sono rifugiati, nemmeno a parlarne. Anche il semplice pagamento del ticket, infatti, rappresenta un problema. “E poi nel centro clinico Caritas sono tutti gentili. Ci accolgono con un sorriso e sono molto professionali”. Nella sala di attesa, intanto, sono arrivate altre giovani donne, in maggior parte siriane.

Vengono da ogni parte del Paese – racconta Rania Bteichresponsabile delle infermiere del Centro, alla delegazione di Caritas diocesane italiane in questi giorni in Libano per una visita di solidarietà promossa da Caritas Italiana -. Spesso si sobbarcano ore di spostamenti per arrivare nel Centro, unica loro possibilità di ricevere una degna assistenza sanitaria”. I loro neonati portati in braccio, avvolti in coperte. Nessuna di loro ha una carrozzina o un passeggino.

“Molti rifugiati siriani vivono in ambienti di fortuna, spesso non hanno riscaldamenti, per questo i loro bambini presentano casi di malattie da raffreddamento come tosse, bronchiti, otiti”, spiega la responsabile.

All’onda dei siriani adesso si aggiunge quella dei libanesi appartenenti alle fasce più povere della popolazione quelle che hanno maggiormente risentito dell’arrivo dei rifugiati siriani e della crisi economica e sociale che ne è derivata.

La farmacia del Centro Caritas Rayfoun Beirut

Nel Centro, uno dei 10 di Caritas Libano sparsi in tutto il territorio, e finanziati in parte anche da Caritas Italiana, si effettuano oltre 700 visite mensili, ambulatoriali e specialistiche. È attiva anche una farmacia che soddisfa oltre 1.000 richieste di medicinali al mese. “I casi con patologie più gravi vengono comunque indirizzati negli ospedali” afferma Bteich.

Il marito di Fatima, Ahmed (anche per lui un nome di fantasia) di mestiere fa l’elettricista e come tutti i siriani rifugiati nel Paese dei Cedri non può lavorare legalmente che in tre settori, edile, agricolo e ambientale. Il suo è un lavoro saltuario e quei pochi soldi che guadagna non bastano per la famiglia. Soad ha tre fratelli di 13, 8 e 7 anni. Ahmed ha anche una seconda moglie, rimasta ad Aleppo, da cui ha avuto altri tre figli che non ha più rivisto da quando è partito. “Non possiamo permetterci una macchina così per muoverci a Beirut facciamo l’autostop – racconta Fatima, una laurea in economia e commercio conseguita ad Aleppo -. La nostra casa è molto piccola e per vivere ci affidiamo alla solidarietà e alla generosità delle persone che incontriamo”. In Caritas Libano hanno trovato un sostegno forte, ma la nostalgia si fa sentire. “La Siria mi manca molto. Mia madre è morta un anno fa senza che potessi rivederla. I genitori di mio marito sono rimasti in Siria e chissà se li rivedremo ancora” dice la donna con voce rotta dalle lacrime.

“Le poche forze che abbiamo sono tutte per i nostri figli, sono loro il nostro futuro.

Vogliamo che vadano a scuola, che possano vivere sereni, magari in Europa o in America”.  Soad continua i suoi giochi ma è arrivato il momento del vaccino. Prende un altro dolcetto dal vassoio davanti a lei e si incammina con la madre verso lo studio medico, seguita dal padre. In una stanza vicina si effettuano test per il diabete. Ci sono persone che attendono il loro turno per entrare. Ogni giorno è così nel centro medico Caritas di Rayfoun, dove insieme al corpo si cura anche la speranza.

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