Quaresima: padre Rupnik, pregare è superare l’isolamento

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M.Michela Nicolais

Cosa significa pregare oggi, e come esercitarsi nell’arte del “discernimento”, scelto dal Papa anche come tema del prossimo Sinodo dei giovani? Il Sir lo ha chiesto a padre Marko Ivan Rupnik, direttore del Centro Aletti, che attualizza così il primo imperativo della Quaresima, accanto all’elemosina e al digiuno.

La preghiera è la prima delle tre pratiche che il cristiano è chiamato a riscoprire in Quaresima. L’uomo di oggi, secondo lei, ha ancora spazio per pregare, o la preghiera rischia di diventare una pratica fuori uso?
Se la preghiera viene intesa come un esercizio richiesto da una religione è normale che diventi difficile e faticosa e che molte volte uno non riesca a vederne il senso. Soprattutto se la religione fa leva sull’educazione, facendo della preghiera un obbligo, un dovere. Pregando in questo modo l’uomo contemporaneo, tranne qualche effetto assai superficiale e psichico di una certa pacificazione o qualcosa di simile, non può scorgere. Ma per noi cristiani la preghiera non è affatto così. La preghiera dei cristiani è espressione di una vita che si riceve in dono nel battesimo.

Percepire sé stessi uniti a Cristo, anzi come parte di Lui, è la preghiera. Pregare vuol dire vivere la propria vita in relazione al Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo che continuamente plasma la nostra mentalità filiale.

È uno stato dialogico, un superamento dell’isolamento. Nel battesimo veniamo innestati nel Corpo di Cristo e nello Spirito Santo ci viene donata la vita filiale. Secondo la nostra fede tutta la nostra umanità, dal battesimo in poi, è fondata nell’umanità di Cristo e questo non avviene attraverso un esercizio individuale e soggettivo per uno sforzo di concentrazione o di autosuggestione ma attraverso una realtà veramente oggettiva come sono i sacramenti. Da questo segue che anche la preghiera personale, come quella ecclesiale, cresce da questa realtà sacramentale della nostra umanità in Cristo. È un’espressione della nostra vita in Cristo. Prima di trovarsi in Cristo la preghiera è soprattutto la supplica e la domanda per la misericordia.

Nell’ultimo Angelus, il Papa ha definito la preghiera un’occasione per esercitare un combattimento contro il diavolo. Come operare, non solo in Quaresima, il discernimento?
Siccome Dio si è fatto uomo in Cristo, comunica con l’uomo in un linguaggio umano. Proprio come la parola di Dio viene comunicata per mezzo della parola umana e in Cristo tutto l’universo di Dio, tutto ciò che è la comunione delle Persone divine si comunica nell’umanità del Figlio. Questo vuol dire che

il discernimento è l’arte di come capirsi con Dio e siccome Dio parla attraverso i nostri pensieri e i sentimenti si tratta di scoprire quali sono.

I pensieri mi possono venire da tante fonti ma bisogna vedere, come dicono i grandi maestri spirituali, quale spirito soffia attraverso di loro. Tutto dipende dal fondamentale orientamento del cuore. Se il cuore è filiale ed è orientato al Padre, il nemico della salvezza dell’uomo cercherà di corrompere l’uomo con un attacco alle spalle, suggerendo dubbi, aumentando le difficoltà nel cammino, svuotando di senso le azioni, i pensieri, i passi, le relazioni, concentrando così pian piano l’uomo su di sé. I sentimenti e i pensieri si legano nell’ottica della direzione nella quale ci spingono e portano: se ci muovono verso una comunione sempre più reale oppure ci rinchiudono su di noi. Il combattimento spirituale significa saper leggere sé stessi riguardo alla comunione o all’isolamento, l’individualismo o l’apertura. La paura per sé o il dono di sé. Cioè vedere il senso della propria pasqua.

Quando parla di preghiera Papa Francesco esorta spesso a chiamare Dio col nome di “padre”. Quanto c’è bisogno di paternità, in quella che il Pontefice definisce spesso una “società di orfani”?
Diciamo che gli ultimi secoli hanno reso la vita spirituale molto problematica, perché Dio è stato maggiormente affrontato in chiave filosofica e Cristo in chiave del perfetto uomo modello dell’umanità. Ma Cristo stesso nel vangelo di Giovanni (8,19) dice: “Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me conoscereste anche il Padre mio”. Questo vuol dire che luogo della conoscenza è la relazione e l’intelligenza è quella agapica, d’amore.

Se Dio non viene sperimentato come il Padre, di un amore folle per il figlio, è difficile anche la preghiera del Padre Nostro.

Ci si sente figlio quando si sta a tavola parlando con il padre. Ci si sente figlio quando sai l’origine e la meta. Quando l’amore non è la meta da raggiungere ma il punto di partenza, le coordinate dell’esistenza e la festa del compimento. Il Padre è il garante dell’amore libero, è il porto che attende, è la sicurezza ontologica e dunque esistenziale. Sono tutte realtà di cui oggi si sente il grido della necessità.

Il discernimento è anche il tema del prossimo Sinodo. Per i giovani è un’arte forse ancora più difficile che per gli adulti: trovano maestri in grado di insegnare loro ad esercitarlo?
Mi pare che i giovani cerchino la vita e noi ci lasciamo ancora abbagliare dai metodi, dagli approcci pastorali per captare il loro interesse, per farci loro vicini, ma credo che colgano immediatamente che questa è una metodologia, invece l’amore non è metodologia ma è il nostro modo di esistenza che rivela anche il contenuto della fede.

I giovani sono particolarmente sensibili per il discernimento ma siccome questo significa capirsi con Dio bisogna far sì che i giovani si incontrino con Dio, si incontrino con Cristo, scoprano che esiste lo Spirito Santo che è dono di una vita particolare, che muove come il vento tutta la vela, cioè tutta l’umanità.

Non credo che sia possibile conoscere Cristo se non nella misericordia, nel sacramento dell’amnistia, di un abbraccio forte che scaldando il cuore apre nuovi orizzonti.

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