Violenza a scuola: nell’educare nessuno è autosufficiente

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Ernesto Diaco

Le pagine dei giornali e dei siti di informazione traboccano quotidianamente di episodi di violenza. Non se ne può certo fare una classifica, ma quelli perpetrati fra le mura scolastiche – come è avvenuto di recente in numerose città italiane e nella provincia americana – lasciano un senso di particolare sbigottimento e incredulità. Come tutti i contesti educativi, infatti, la scuola è il luogo della parola, della ragione, delle energie e passioni indirizzate alla conoscenza, alla creatività, alla convivenza. Come è possibile che si arrivi a temere di essere aggrediti varcando la soglia della cultura e della scienza?

Tenuta a lungo fuori dalle aule, in nome di un’istruzione che si immaginava evidentemente asettica e neutra, l’educazione oggi è invocata a gran voce da ogni parte. Non basta però moltiplicare le “educazioni”, traducendole in progetti didattici di cui si fanno belli i piani dell’offerta formativa. A cosa è servito celebrare il 50º anniversario di don Milani se non si fa tesoro della sua principale lezione? “Non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola”.

È l’essere dell’insegnante, o meglio della comunità educativa che gioca in classe e nei corridoi la sua credibilità professionale ed umana, a generare desiderio, bellezza e sapere. Il “Professore della Testimonianza” lo chiamava lo scrittore Andrea Bajani in un provocante saggio di qualche anno fa.

Professore e Testimonianza, non a caso maiuscoli, perché è da qui che si deve ripartire: dalle persone più che dalle tecniche; dall’incontro tra allievi e maestri, entrambi degni di questo nome; da una scuola a cui si riconosce non meno di quanto le si chiede.

Evitando possibilmente di farne la discarica delle nostre frustrazioni e inadempienze.
Inutile far finta di non vedere: non è nella scuola l’origine della violenza che sta letteralmente sfigurandole il volto. Gli insegnanti sono in trincea ogni giorno ma il nemico contro cui combattere non è il genitore manesco o il ragazzo indisciplinato. A far chiudere i pugni sono i continui incitamenti al successo a tutti i costi, all’indegnità dello sconfitto, all’individualismo competitivo e cinico, l’ansia soffocante di controllo, l’ingiustizia troppe volte impunita, il veleno dell’ “è tutto uguale, una cosa vale l’altra”.

“Per vivere e non solo sopravvivere”, ha scritto di recente il pensatore francese di estrema sinistra Alain Badiou, serve “un’alleanza fra i giovani e i vecchi”. Le stesse parole che continua a ripetere papa Francesco. Per ragionevolezza o disperazione, sembra farsi strada l’idea che nell’educazione nessuno è autosufficiente, che occorrono quelle “alleanze educative” che la Chiesa italiana continua a indicare da ormai dieci anni. Gli esempi ci sono: la settimana scorsa, a Bologna, ho visto attorno allo stesso tavolo una decina di vescovi, altrettanti rettori di università, il ministro, gli amministratori locali, studenti e insegnanti.
Dicono i filosofi che la questione centrale, oggi come ieri, è quella della felicità.

Siamo a corto di maestri di felicità:

quelli che si propongono come tali non raramente si dimostrano falsari. La scuola è memoria viva della storia di ieri ed è prefigurazione di quella che sarà la società di domani. Circa la felicità di oggi, la scuola c’entra eccome nell’indicare dove, e come, cercarla.

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