Sant’Eulalia, bandiere e mulasse: Barcellona città sospesa tra secessione e turismo

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Sarah Numico

Tutto sembra sospeso. Barcellona e gli abitanti della Catalogna sono bloccati in un’incertezza politica che dura da mesi, per il desiderio caparbio di un futuro tutto per loro, senza Madrid. In questi giorni gelati, sono tanti per le strade di Barcellona i cappotti e i giacconi ben abbottonati, su cui spiccano i nastrini gialli, segno di solidarietà ai membri del governo catalano e ai leader indipendentisti incarcerati o in esilio dopo quel 27 ottobre 2017, quando era stata incostituzionalmente dichiarata l’indipendenza della Repubblica Catalana dalla Spagna.

Gli irriducibili della “repubblica”. Ai balconi e alle finestre di Barcellona, quasi ovunque sventolano senyere e estelade, le bandiere catalane. Alcune già sbiadite dal tempo, altre hanno colori più brillanti. Sulle aiuole di Placa de Catalunya, gli irriducibili indipendentisti

hanno piantato delle tende e vivono lì dal 31 gennaio per chiedere la “libertà dei detenuti politici”;

offrono fiocchetti, palloncini, portachiavi gialli ai passanti, e musica. Fa particolarmente freddo anche a Barcellona, ma non si arrendono “gli eroi della Repubblica” (catalana), che chiedono “si rispetti la libertà del popolo”. Sulla piazza ogni tanto fa visita un leader; i ristoranti offrono una paella o una minestra calda. Su un cartello la lista delle cose di cui c’è bisogno in questo singolare campeggio. Sul lato opposto della piazza un gazebo e uno stendardo di Democracia Unidad Espanola, con la bandiera nazionale, segno che non tutti vogliono tagliare i ponti con Madrid. In mezzo i piccioni che aspettano le briciole dei turisti.

Quel giorno sulla Rambla. Proprio da piazza Catalunya inizia la Rambla dove sei mesi fa, lo stramaledetto furgone bianco lanciato sulla folla aveva lasciato a terra 13 vittime. Se adesso che si gela il marciapiede pedonale di quest’ampio tratto di strada che porta al mare è così pieno, chissà quanta gente c’era quella sera di agosto! Una guida si ferma con il suo gruppo sul mosaico di Mirò Pla de l’Os; ora bisogna anche spiegare agli spensierati turisti che su quel capolavoro creato per omaggiare l’accoglienza di Barcellona, si era arrestata la corsa del furgone.

Un popolo caparbio, come la patrona. Sono i giorni della festa di Sant’Eulalia, la patrona di Barcellona, la ragazzina di 13 anni torturata e uccisa nel 303 perché cristiana e non aveva rinnegato la sua fede. La caparbietà è nelle corde di questo popolo.Lungo La Rambla sfila il corteo dei giganti e dei muli: figure enormi di cartongesso portate da persone che si nascondono sotto le ampie gonne di questi re, regine, personaggi mitologici, storici, religiosi che avanzano danzando, ognuno accompagnato da un gruppo di musicanti.La bombarda e la gaita, strumenti tradizionali, la fanno da padrone. In questa singolare processione i volti di chi suona, danza, o porta i giganti e le “mulasse” sono giovani, a volte molto giovani: anche i bambini portano il loro piccolo gigante e lo fanno roteare a ritmo di musica, affinché tutti lo possano ammirare.

Davanti alla Generalitat. E verso il tramonto sono ancora in giro queste mulasse, con i loro suonatori. Il punto di arrivo della peregrinazione è la piazza Sant Jaume, di fronte al Palazzo della Generalitat. Transennato e presidiato dai Mossos, la polizia cittadina, aspetta ancora chi lo occupi; i giorni passano, sospesi, mentre ancora non si riesce a intuire per che strada potrà passare la cucitura dello strappo politico con Madrid e la paralisi istituzionale in cui di fatto è stretta la Catalogna perché ancora senza presidente e senza governo.

Gira in tondo la Mulassa di Barcellona e l’entusiasmo si infiamma.

Non lontano, sulla piazza della cattedrale, girano in tondo i gruppi di ballerini della sardana. Gente normale di tutte le età che si ritrova qui nei momenti di festa a testimonianza, anche con questa danza solenne e lenta, di un’identità speciale.

Le preoccupazioni del cardinale. Attraversa veloce la navata della cattedrale il cardinale di Barcellona Juan José Omella. Tra poco comincia la messa. Lo fermo per un saluto. L’avevo conosciuto quando era vescovo di Saragozza. “Sono diventato vescovo di Barcellona”, mi racconta con la sua umiltà e la sua cordialità di sempre. “Come va, eminenza?”. “È un momento difficile”, piega il capo per il peso di quella preoccupazione. Poi aggiunge: “ma stasera celebriamo la Festa della Vergine di Lourdes”. Da qualche parte un poco di luce dovrà pure arrivare. Giunge intanto un gruppo di suore nell’inconfondibile sari bianco e blu per la messa. Sicuramente hanno tanto lavoro in questi mesi: in queste sere, nelle strade di Barcellona non è raro vedere chi si fa casa con cartoni e coperte.Non sarà certo tutta colpa di Madrid e dell’applicazione dell’art. 155, ma il blocco istituzionale sta portando anche notevoli danni economici e disfunzionicome da settimane l’associazione Servidors Públics de Catalunya sta inventariando. Ed è per questo che la giovane e affascinante leader di Ciutadans, Inés Arrimandas, sta chiedendo da alcuni giorni al presidente del Parlament Torrent di “accettare che Carles Puigdemont”, leader dei separatisti autoesiliatosi in Belgio, “non possa essere presidente” e presentare un nuovo candidato per poter “sbloccare la situazione e tornare a parlare dei problemi reali dei catalani, come la sanità, l’istruzione e i servizi sociali”.

L’appello dei vescovi per la Quaresima. Nello stesso senso sono andati i vescovi catalani che, dopo tante settimane di silenzio, nel messaggio per l’inizio della Quaresima hanno incoraggiato i parlamentari catalani eletti il 21 dicembre scorso a “promuovere meccanismi democratici per la formazione di un nuovo governo della Generalitat che agisca con senso di responsabilità verso tutto il Paese” e si adoperi per “superare le conseguenze della crisi istituzionale, economica e sociale in cui viviamo”. Con grande equilibrio hanno detto che, qualsiasi sarà l’uscita istituzionale dalla crisi, dovrà basarsi

“sul rispetto per l’inalienabile dignità delle persone e dei popoli e difese pacificamente e democraticamente”.

Intanto però passano i giorni in un faticoso pugno di ferro. Persino la bella fontana di Montjuc che domina la città è spenta: non si può assistere al caratteristico spettacolo di luci; non c’è più nemmeno l’acqua. Ferma anche lei, in riparazione. Sospesa, come la città.

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