Cresce il non profit in Italia: tante le attese dalla riforma del settore

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Paolo Zucca

Quanto avrebbero da raccontare, una per una, le 336.275 istituzioni attive nel non profit in Italia. Quali esperienze emergerebbero dai circa 5,5 milioni di volontari che vi dedicano tempo e passione e dai 788mila dipendenti che vi operano coinvolti. L’ultima fotografia dell’Istat segnala, con numeri solo in apparenza freddi, l’evoluzione silenziosa di un movimento di base cresciuto alla fine del 2015 (rispetto al 2011) dell’11,6% per realtà del Terzo settore, del 16,2% per numero dei volontari e del 15,8% per i lavoratori stabili di tale imprese. L’Istituto di statistica nel corso del 2018 approfondirà le informazioni d’insieme che già si possono leggere nel Censimento permanente sulle istituzioni non profit (tutti i numeri dettagliati sono reperibili sul sito www.istat.it); osserva già ora che gli incrementi sono diffusi in tutto il territorio, che le dimensioni singole rimangono piccole, che crescono molto (+110%) le istituzioni di ispirazione religiosa, che le presenze attive sono per il 63% nella pubblica utilità (rivolte al cittadino) rispetto alle formule mutualistiche (rivolte a una platea più definita). E c’è tanto altro, per ripartizione geografica e di finalità.

Si può immaginare che dal dicembre 2015 a oggi altri passi avanti siano stati compiuti, nonostante un contesto economico che da una parte richiede maggiori interventi delle forze del Terzo settore e dall’altra frena il flusso delle risorse pubbliche e private. Ma, a grandi linee,

è a questo perimetro diffuso che si rivolge sul finire della Legislatura l’attesa riforma del settore che, al netto di qualche passaggio burocratico in fase di chiarimento, può dare un’accelerazione potente a un filone di economia sociale che non è marginale, nei numeri e nelle prospettive.

Normative e regolamentazioni, presenti e in arrivo, non chiudono gli spazi di quella auto-organizzazione civile che aiuta a dare una risposta ai bisogni sociali. Certo, in queste settimane il flusso di novità è molto intenso e necessita di tempi di riflessioni per scegliere “l’abito più adatto” per i prossimi decenni, rispettando storia e finalità. Adesione al Registro unico nazionale (Run) con relativa piattaforma e il riferimento ai registri regionali sono meno impegnativi della modifica agli statuti, tenendo presente che la riforma apre altri ambiti di azione e collaborazione con imprese di finalità diverse e con gli enti locali. Si accentua con il Codice del Terzo settore (Cts in vigore dal 3 agosto) la responsabilità degli amministratori degli enti non profit.

Statuti e bilanci sociali favoriscono il processo di collaborazione sui temi della solidarietà, non pongono cancelli agli Ets (ente terzo settore) e semmai li aprono.

Si passa da una logica di “concessione a operare” da parte del controllore pubblico al “riconoscimento” delle finalità di utilità sociale. Che è, anche formalmente, un’apertura di spazi da accompagnare con il rispetto delle regole di comportamento e trasparenza a vantaggio del movimento del Terzo settore prima ancora che delle autorità.

Una maggiore formalizzazione degli Ets cambierà le priorità di intervento, assorbirà nell’attenzione ai costi-ricavi e nell’afflusso potenziale di fondi una cultura diversa dall’attuale? E’ una delle sfide dei prossimi mesi, un passaggio delicato nel dibattito che si sta avviando. Mai come in questo periodo il terreno di incontro della responsabilità sociale, dell’economia circolare, della produzione che accresce e non sottrae risorse e futuro, appare una prospettiva percorribile per i risparmiatori e per investitori attenti. Parla ai volontari e a lavoratori motivati. Intercetta un sogno realizzabile: disegnare un’economia solidaristica che, nelle sue matrici diverse, ha una sua storia forte da raccontare e un presente che non ha paura di farsi leggere e misurare.

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