Monache Clarisse: “le nostre scelte di morte possono essere “coperte” dalla misericordia di Dio”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto

«Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».

Questa è la prescrizione della legge giudaica per tutti coloro colpiti dalla lebbra, una malattia considerata un vero e proprio castigo divino per i peccati commessi: uomini e donne, i lebbrosi, costretti a vivere l’allontanamento, l’isolamento, l’emarginazione da ogni tipo di relazione. Costretto a gridare lui stesso «Impuro! Impuro!» per evitare qualsiasi incontro, il lebbroso vive la condizione più infamante e disperata in Israele.

Un lebbroso va incontro a Gesù: non ci sta ad essere rifiutato, ad essere etichettato come qualcosa di immondo, quasi non umano. Sa di “essere impuro” ma ha sentito parlare di quell’uomo di nome Gesù che è certo lo possa aiutare, risollevare, restituire a quella dignità che, da solo, non riesce a riafferrare.

«Se vuoi, puoi purificarmi»: sono queste le sue prime ed uniche parole, non grida «Impuro! Impuro!», come chiede la legge ma grida l’evidenza e, nel contempo, la sofferenza della sua condizione, nella certezza che proprio quell’uomo possa aiutarlo.

E’ l’esperienza del salmista che canta: «Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa, Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità” e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato».

Gesù «ne ebbe compassione»: dopo lo strappo alla legge fatto dal lebbroso, eccone un altro, stavolta tutto di Gesù. Gesù gli va incontro trasgredendo le prescrizioni che sancivano «…se ne starà solo».

Ancora: «…tese la mano, lo toccò…». Se la legge obbligava i lebbrosi a portare vesti strappate e capo scoperto, Gesù “riveste” quest’uomo del suo amore, della sua misericordia, ma, soprattutto, della sua stessa carne. Non si tira indietro ma si compromette totalmente con lui fino a raggiungerlo ed “abbracciarlo” fisicamente e intimamente. Gesù tende la mano e lo tocca: «E subito la lebbra scomparve da lui…».

C’è un uomo che ha il coraggio di venire allo scoperto per quello che è, per come è, e c’è un Dio pronto ad accogliere il suo desiderio di vita. E’ questo incontro che “ci lava”, “ci purifica”. Gesù, da solo, non è “capace” di restituirci vita se non usciamo allo scoperto con lui con quanto di più vero siamo, senza assurdi perbenismi, senza trucco e senza paraventi o scenografie da bravi e pii cristiani.

E’ l’incontro tra Lui, che è Verità, e la verità di noi stessi che ci libera, ci fa tornare a respirare, a vivere.

A questo punto, colui che sino a quel momento era stato escluso dalla società, costretto a vagare «velato fino al labbro superiore», diventa annunciatore potente: «…quello si allontanò e si mise a proclamare e divulgare il fatto». Quest’uomo, restituito alla vita, grida a ciascuno di noi “il fatto”, cioè che il nostro male può essere guarito, la nostra fatica può essere trasformata in gioia, il nostro peccato, le nostre scelte di morte possono essere “coperte” dalla misericordia di Dio…se abbiamo il coraggio di “scoprirle” davanti a Lui.

 

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