A tu per tu con Suor Charo: “Mi hanno personalmente minacciato di morte”

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Suor CharoDi Floriana Palestini

DIOCESISuor Charo è una dolce signora i cui occhi non smettono di brillare nemmeno per un attimo, nonostante tutto quello che abbiano veduto: droga, prostituzione, vite sprecate, violenza… parla di quello che si trova a vivere ogni giorno come se fosse per nulla straordinario, come se fosse il lavoro di tutti quello di andare in strada a ridare una speranza alle ragazze che non ne hanno mai avuta. Suor Charo e le sue sorelle, le suore Oblate, vogliono far sentire alle ragazze prostituite o tossicodipendenti l’abbraccio di Dio che loro per prime hanno sentito tempo fa e che sentono ancora vivo su di sé. «Le suore Oblate hanno soltanto questo carisma: accogliere e accompagnare la donna prostituita, impegnandosi a cambiare il contesto nel quale è nato questo disagio. Bisogna lottare contro l’ingiustizia e le regole del sistema che creano questo malessere», dice suor Charo. Potendo riassumere l’intervista in una parola, si potrebbe scrivere “verità”: suor Charo è una donna vera ed è di Cristo, che non si stanca mai di sostenerla e infonderle il coraggio che le serve per compiere la sua missione.

Suor Charo, quando è arrivata a San Benedetto del Tronto?
Sono stata a Grottammare dal 1987 al 1997, avevo a che fare con i tossicodipendenti. Mi ha chiamata un giorno il vescovo Chiaretti, una persona molto sensibile; rimase colpito dalle vicende delle ragazze di strada e sapendo che c’era una congregazione che aveva come carisma questo ha voluto la nostra presenza in diocesi.
Mentre prima noi lavoravamo per strada, in piazza,  portavamo i tossicodipendenti a curarsi nelle strutture, ora abbiamo una casa d’accoglienza dove portiamo una volta a settimana le ragazze di strada.
Così loro sanno che ci siamo e se hanno bisogno di qualcosa possono contattarci. Possono venire a casa a riposarsi e vedere di sistemare i loro documenti perché molte sono clandestine: in questo ci aiutano le forze dell’ordine.

Cosa dite alle ragazze di strada?
Di rado le ragazze ci trattano male: quando lo fanno è perché c’è qualcuno che le sta controllando o perché non possono perdere tempo e ci dicono di andare via, ma la sera dopo si fermano a parlare con noi, dipende dal momento in cui capitiamo.
Chiediamo loro se hanno bisogno di qualcosa, di essere portate dal dottore, diamo loro il nostro numero di telefono e se vogliono ci contattano.

È una situazione a rischio quella che vivete? È pericoloso avere a che fare con queste ragazze controllate da delinquenti?
Facile non è ma non è quello che ci preoccupa più di tanto. All’inizio era più duro: a me personalmente hanno minacciato di morte ed è brutto perché almeno per una settimana quando uscivo di casa vedevo una faccia strana che mi metteva paura. Quando avevo paura pensavo: “Mi sono fatta suora per fare questa missione. Se devo morire non succede niente, vuol dire che questo devo fare”.

Come è cominciato il suo percorso di fede?
Sono originaria delle Isole Canarie e la mia è una famiglia credente. Si faceva molta carità nel mio paese, si aiutavano le persone. Ricordo che mia madre una volta aiutò una donna, la quale si era sentita male nella notte: mio fratello aveva portato la donna dal dottore e per un po’ di giorni mia madre le aveva dato il latte e le uova delle nostre capre e galline. Poi è venuta a sapere che la donna aveva avuto un aborto che le aveva provocato un‘emorragia. Mia madre preoccupata pensava: “E se con le mie cure le avessi procurato del male?”. Mia madre non poteva sapere il motivo del malessere della donna, sapeva solo che era una persona che stava male e andava curata. Vedere questo in famiglia fa molto bene ai figli, perché cresci nella sicurezza che l’altro merita un aiuto, qualunque cosa abbia fatto. Questa è la lezione più importante che ho ricevuto dalla mia famiglia.

Come si è fatto sentire il signore dentro di lei?
Gesù si è fatto sentire molto presto. Mia madre era incinta di mia sorella e io avevo 5 anni. Un giorno vedo passare una suora per strada: io e mio fratello eravamo in casa, con la porta aperta e io da dentro lo potevo vedere che giocava appena fuori dalla porta. Io non sapevo che la donna fosse una suora e quando questa si avvicinò al bambino e cominciava a fargli le boccacce, mi preoccupai e andai subito a chiamare mia madre che era al fiume a lavare i panni, non lontano da lì. Le dissi che una signora si voleva portare via il bambino e lei si precipitò da lui. Non dimentico la faccia di mia madre quando ha visto che la donna in realtà era una suora! Si è girata verso di me, mi ha sorriso e mi ha detto: “No, quella donna non si vuole portare via il bambino, quella è una suora”. E io le chiesi: “E che cos’è una suora?”, “Le suore sono delle donne che fanno del bene ai bambini, agli anziani e insegnano a scuola”, mi rispose. In quel momento (avevo 5 anni) io ho desiderato essere così: aiutare gli altri. In tutti i momenti importanti della mia vita questo è stato il mio leitmotiv, pensavo di essere come quella suora. Alle Canarie ho incontrato le suore oblate, perché loro andavano in giro per i Paesi a chiedere l’elemosina. Invitarono una mia vicina al loro collegio: non si entrava necessariamente per farsi suora, si poteva anche solo studiare. Entrai anch’io in convento e dopo un anno che stavo lì io non dissi ai miei genitori che volevo diventare suora, dissi loro che mi piacerebbe studiare, perché lì si studiava gratuitamente e i miei genitori non potevano permettersi di mandarmi a scuola perché eravamo 5 figli. Con questa “scusa” quindi sono entrata in collegio.

I suoi genitori hanno accettato di buon grado questa sua scelta?
All’inizio mio padre ha detto di no, lui avendo vissuto la guerra spagnola era spaventato a quest’idea perché in caso di guerra i sacerdoti e le suore sono i primi a cadere. Io gli ho risposto: “Va bene, voi amate i figli, volete la felicità per loro, ma quando la loro felicità non corrisponde con la vostra, a voi non va bene”. Ho pianto tanto quel giorno e dopo la discussione sono uscita di casa. Quando sono rientrata mia madre mi ha confidato che anche mio padre aveva pianto (io al pensiero mi commuovo ancora oggi). Poi egli mi ha sussurrato: “Se è questa la tua felicità, vai in convento” e mia madre ha aggiunto: “Io che ho aiutato a convincere tuo padre a lasciarti andare adesso mi pento!”.

In quale territorio operate?
In Italia operiamo nella provincia di Ascoli Piceno, ma siamo molte poche e ci siamo invecchiate. A San Benedetto abbiamo un istituto vicino l’ospedale: con noi ci sono diverse ragazze, le quali cercano di superare il trauma della prostituzione. Le ragazze sono africane, dell’Europa dell’est ma c’è anche qualche italiana.

C’è qualcuna che è riuscita a scappare da quel mondo?
Sì ce ne sono molte.

E poi dove vanno? Vengono da voi o scappano?
Qualcuna anche se scappa da quel mondo rimane qui, perché una volta che è al sicuro i suoi ex protettori non si fanno vivi. Io sono stata nove anni a Cividale (UD) e sono passate quasi 200 donne. Molte di loro, almeno cinquanta, mi contattano ancora. Ieri per esempio mi ha chiamato una ragazza che non sentivo da cinque anni e che ora sta al Sud. Mi ha mandato le foto delle torte che ha fatto, della carne del pesce che cucina; ogni tanto le ragazze mi mettono al corrente della loro vita.

Potendo riassumere la sua opera in una parola quale sarebbe? Cos’è che la spinge ad andare lì ogni giorno?
Penso che quello che faccio sia un completarmi. Penso che ognuno a seconda della propria libertà, capacità e anche vocazione si esprima e si realizzi in un modo di fare: questo è il mio, quello di accompagnare queste donne.

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