Don Patrizio Spina: “ciascuno di noi è straniero rispetto ad altri”

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DIOCESI “20Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.
21Non maltratterai la vedova o l’orfano. 22Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, 23la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. ( Esodo 22,20-23)
Il racconto che abbiamo ascoltato da Esodo ruota attorno a una triade di poveri più penalizzati – i forestieri, le vedo­ve e gli orfani – che ricorre spesso nell’Antico Testamento (cfr. Dt 10,18; Ger 7,6; Sal 94[93],5; Sal 146[145],9)”.

Con queste parole si è aperto la riflessione di Don Patrizio Spina, parroco del Sacro Cuore di Martinsicuro, durante l’incontro che si è tenuto ieri, mercoledì 7 febbraio, presso il teatro S. Filippo Neri a S. Benedetto del Tronto.
La serata moderata dal giornalista Marco Sprecacè, si è aperto con l’introduzione del Vescovo Carlo Bresciani e la riflessione di Don Patrizio su Esodo 22,20 a cui sono seguite alcune proposte concrete di realtà impegnate sul territorio: “Fianco a fianco: l’affido monoparentale”, “La donna dei profumi” e “Il gusto dell’accoglienza”. Domani pubblicheremo la cronaca dell’incontro.

Don Patrizio ha poi affermato: “In tutta la Bibbia, l’Eterno ama definirsi: il «Dio dei poveri», appassionato difensore dei loro diritti. Chi calpesta i diritti dei poveri, calpesta gli stessi diritti di Dio, per cui Egli deve intervenire come parte lesa.

A modo di premessa va ricordato che il popolo ebraico  vive in Palestina, a partire circa dal 1200 a.C., in un ambito geografico e geopolitico caratterizzato da molti spostamenti di popoli, da esodi e da migrazioni frequenti. La Palestina, infatti, è luogo di passaggio, come un corridoio tra l’Egitto e i grandi regni attorno all’Eufrate (Babilonia e Assiria), percorso continuamente da carovane ed eserciti stranieri. È quindi un luogo dove l’esperienza dello straniero è un fatto quotidiano; ciò spiega la rilevanza del nostro tema in particolare nella Bibbia ebraica, nel Primo Testamento. Del resto Israele stesso è un popolo che ha vissuto una lunga e dolorosa esperienza di migrazione e di esilio. Ha abitato da straniero in Egitto per 400 anni. Dopo la caduta di Gerusalemme (586 a.C.), molti israeliti furono deportati in Babilonia. Per tutti questi motivi Israele ha sviluppato una concezione varia e articolata del fenomeno dello straniero, espressa anche dal vocabolario.

Sono almeno tre i termini fondamentali della Bibbia ebraica per indicare lo straniero o forestiero“. Tre termini nei quali si può leggere qualcosa dell’esperienza sofferta e dinamica di Israele e del cammino della rivelazione nel cuore di questo popolo (suggeriscono perciò, in qualche modo, anche a noi una dinamica, un cammino): lo straniero lontano –zar-, lo straniero di passaggio –nokri-, lo straniero residente o integrato –gher o toshav-.

Detto questo, bisogna anche considerare che in un sistema economico imperniato sul possesso della terra, come in Israele, basta­va una carestia, un’epidemia, o una guerra, a gettare sul lastrico interi nuclei familiari. I più vulnerabili, naturalmente, risultavano i piccoli proprietari, non sempre in grado di far fronte ai loro debiti e mante­nere le loro proprietà; le alternative per sopravvivere erano la richiesta di prestiti e la cessione di pegni oppure l’emigrazione.

Alterne vicende storiche portarono ad una attenzione maggiore verso il problema.

(Fu effettivamente dopo l’istituzione della monarchia (prima unita, poi divisa) che si registrò un progressivo divario tra un élite di pochi benestanti detentori del monopolio delle proprietà fondiarie e la maggioranza della popolazione, costretta ad arrangiarsi in condizioni spesso precarie e disumane, vittima della prepotenza dei primi (1Sam 8,1-17).

Il crollo del regno di Sama­ria aggravò la situazione, con l’afflusso di rifu­giati nel regno di Giuda. Questa drammatica situa­zione esplode continuamente nelle pagine dei profeti; Amos, per esempio, non esita a ruggire contro la «dolce vi­ta» di pochi dinanzi alla miseria del popolo, cinica­mente pronti alla compravendita dei poveri per un «paio di sandali o per denaro» (Am 2,6; 8,6)

«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai» (22,20)

Pertanto è significativo  che l’ebraico, pur essendo una lingua povera di parole abbia invece elaborato, a motivo della sua storia, una serie di termini per qualificare i diversi modi in cui si presenta lo straniero.

Il termine usato nel nostro testo indica (  גר‎  )colui che per vari motivi ha ab­bandonato il suo paese d’origine e si è stabilito in un altro paese; si tratta dunque di uno «straniero residente» in Israele, una categoria che annovera esu­li e profughi, tutti accomunati dalla stessa condizione di «sradicati», senza terra e senza patria, costretti ad appoggiarsi a qualche famiglia del posto. Di fatto privo di parentela – un legame fondamentale nel sistema sociale dell’Antico Vicino Oriente -, il forestiero ( come l’orfano e la vedova ) riassumeva in sé le categorie del povero e del nemico, rischiando l’esclusione da ogni forma di solidarietà, in balìa delle prepotenze dei cittadini e delle istituzioni del paese ospitante. In Israele, egli usu­fruiva di alcuni diritti che spesso però venivano calpestati, a tal punto che la legge interviene ripetuta­mente a salvaguardarli (cfr. Lv 19,9-10). Il duplice divieto riassume ogni sorta di angheria: il verbo «molestare» indica un sopruso condotto con protervia e frode su una vittima impos­sibilitata a difendersi, il verbo «opprimere» trasuda odio xenofobo (cfr. 3,9; Gdc 4,3).

Il divieto viene motivato dall’esperienza «di essere stati un tempo forestieri in Egitto» (ripetuto in 23,9), che non serve solo a creare affinità con l’oppresso di turno, ma anche a rammentare che «la terra appartiene all’ETERNO e gli Israeliti sono presso di lui stranieri e ospi­ti» (Lv 25,23).  E’ importante ancora una volta “fare memoria”.

“Ricorda che sei stato straniero nel paese di Egitto”, oppure: “tu agirai così perché anche tu sei stato straniero!”. Parole che sono un invito a sentirsi stranieri e, proprio a partire da questa autocoscienza, assumere la responsabilità verso gli stranieri che giungono a noi nella loro irriducibile e di primo acchito insondabile diversità. Per questo risuona il comandamento: “Amate il gher (lo straniero) perché foste gherim, stranieri!” (Dt 10,19; 24,17; Esodo 22,20; 23,9; Lev 19,34).
Ecco il paradigma:  ciascuno di noi è straniero rispetto ad altri e proprio per questo può comportarsi rispetto allo straniero come lui vorrebbe che altri si comportassero nei suoi confronti.

Di fronte  allo straniero, spesso ci manca il terreno comune per instaurare un’intesa, ci manca forse quello sguardo sulla sua persona e la conoscenza del retroterra da cui egli proviene : dunque ciò che nasce immediatamente e spontaneamente è la paura.

La paura non va derisa o minimizzata, ma va presa sul serio! Però di fronte allo straniero, all’immigrato, non va messa in conto soltanto la mia paura, la paura di chi accoglie, ma anche e soprattutto la paura di colui che viene in un mondo che è radicalmente estraneo a lui, dove non è di casa, di cui non conosce quasi nulla.

La situazione di partenza è di paura: di due paure. E non basta dire, per esorcizzare la paura: “Siamo tutti fratelli !”, pensando che così si sia legittimati a non dover affrontare la paura. La paura è rivelatrice, è uno stadio da affrontare necessariamente nel difficile cammino di conoscenza dell’altro, per tentare di arrivare ad un possibile, eventuale incontro.

Per superare la paura è importante affrontarla e non rimuoverla. Altrimenti, cosa avviene? I rischi sono due:

  • da un lato vi sarà chi, negando la paura, tenderà a sacralizzare la cultura dell’altro, dello straniero, arrivando quasi ad abdicare alla propria cultura o a colpevolizzarla.
  • Dall’altro lato si potrà verificare questo atteggiamento diametralmente opposto: vi sarà cioè chi esorcizza la paura con la riaffermazione forte, rigoristica, esclusiva, della propria identità, dunque con un atteggiamento di arroccamento difensivo sui propri valori, per creare un presidio contro le minacce portate contro un’identità culturale e nazionale che si ritiene posta in crisi. E in questo secondo caso ci si dimentica che l’“identità” sia a livello personale che di culture si costruisce sempre nell’incontro e nella relazione con gli altri, con i diversi, con gli stranieri.

Ecco, potremmo dire che lo straniero rivela me a me stesso.

Occorre rendersi conto che il discorso sullo straniero e sulla sua accoglienza non riveste una dimensione puramente logistica, né è restringibile alla sua dimensione sociale. In verità, in gioco vi è qualcosa di molto più profondo. Lo straniero rivela che io sono uno straniero . Con Enzo Bianchi possiamo tranquillamente affermare la “stranierità” ci abita , cioè lo straniero è dentro ciascuno di noi.

È soprattutto la psicanalisi che ci ha insegnato come lo straniero, e la paura che esso suscita, siano specchio di una “stranierità” che è in noi rivelando  paure che ci abitano. Una psicoanalista di origine bulgara, Julia Kristeva scrive che “Lo straniero è in noi stessi. Se fuggiamo lo straniero e lo combattiamo noi combattiamo contro il nostro inconscio… Lo straniero vive in me, quindi tutti noi siamo stranieri” ( Stranieri a noi stessi, Dolzelli editore )

Questo emerge tutte le volte che noi ci interroghiamo su noi stessi e ci poniamo la domanda: “Chi sono?”. Oppure quando ci chiediamo: “Come ho potuto fare queste cose? Non capisco come ho potuto agire in questo modo. Non è possibile che io abbia fatto questo!…”

Pertanto lo straniero si fa portatore di una rivelazione che riguarda il nostro essere più profondo dove forse potrebbe annidarsi  il motivo radicale della paura. Lo straniero diventa una superficie speculare, uno specchio – proprio perché altro da me – che mi rimanda a realtà più profonde che sono dentro di me.

Come scrive il poeta Edmond Jabès, figlio di ebrei italiani residenti in Egitto che dovette rifugiarsi a Parigi dopo la crisi di Suez: “la distanza che ti separa dallo straniero è quella che ti separa da te stesso”  ( Libro dell’Ospitalità, Cortina editore) .

Lo straniero ci aiuta a essere noi stessi mettendo in crisi le nostre sicurezze acquisite. Di fronte allo straniero noi siamo come dei bambini che devono reimparare l’abc dell’esistenza. È come ridiventare bambini e dovere apprendere di nuovo una lingua per comunicare con chi viene da un mondo altro e sconosciuto.

E allora si capisce come molto spesso la nostra reazione sia come quella dei bambini. Quante volte ci si avvicina a bambini anche non più piccolissimi i quali appena sentono che hanno di fronte un estraneo, un altro, uno sconosciuto, cominciano a piangere, a strillare, a rifugiarsi fra le braccia della madre o ad abbarbicarsi alla sua gonna. È la paura dello sconosciuto. La nostra paura di fronte allo straniero spesso si manifesta in modo analogo.

E allora cosa occorre per  affrontare queste paure e non soccombere a queste?
A mio giudizio occorrerebbe dare spazio a una “cultura della memoria e non solo secondo me … se si raccoglie la provocante testimonianza della senatrice a vita Liliana Segre,  sopravvissuta alla Shoah . Questo aiuterebbe l’instaurarsi di una cultura dell’ospitalità.

“Non opprimerai l’immigrato, perché anche voi conoscete la vita dell’immigrato (letteralmente “il respiro”, נפש  cioè il respiro affannoso, il fiatone di colui che è sottomesso a lavori estremamente pesanti, di chi  subisce una situazione di oppressione). Non opprimerai l’immigrato, perché anche voi siete stati immigrati nel paese d’Egitto” (Es 23,9).

O come abbiamo visto prima:  ”non ti approfitterai dell’immigrato e non l’opprimerai, perché voi stessi siete stati immigrati nel paese d’Egitto” (Es. 22, 20).

Alla base di questa legislazione c’è la memoria dell’esperienza egiziana, che arriva a determinare come “normante” l’atteggiamento di protezione e di accoglienza per l’immigrato.

Coloro a cui sono rivolte queste leggi sono i discendenti  lontanissimi di coloro che avevano vissuto l’esperienza dell’oppressione in Egitto. In questo modo la legge sociale si configura per loro come “memoriale” della storia passata, e la memoria dell’evento storico diventa legge.

Occorrerebbe attivare questa memoria, ad esempio la memoria di un paese come  anche il nostro è stato, che ha conosciuto l’emigrazione, sia interna che verso l’estero, che ha conosciuto la vita, il respiro, le condizioni disagiate dell’immigrato in mezzo a paesi ospitanti e non sempre calorosamente ospitali.

Per aprire Israele  ad una cultura dell’ospitalità la Bibbia propone :  זכור, ricorda

Ma che cosa occorre ricordare?  Occorre ricordare soprattutto la sofferenza.

Ricordare la propria sofferenza e discernere la sofferenza dell’altro che altrimenti, se non è accolta e condivisa, può evolvere in rabbia, collera e risentimento.

Occorre non dimenticare il peso di sofferenza che si è subita, che i nostri padri possono avere conosciuto e non dimenticare il peso di sofferenza di colui che emigra dal proprio paese spesso fuggendo condizioni di vita inumane: miseria e fame, povertà e condizioni sociali insostenibili, persecuzioni politiche e regimi totalitari, pulizie etniche e lotte tribali, guerre, violenze e discriminazioni di ogni tipo. Forse, sul piano della comune esperienza della sofferenza si può arrivare ad avere una percezione dell’altro non solo come nemico, non solo come minaccia, ma come vittima, come bisognoso, come indigente.

Nel libro del Levitico, si formula una legge che dice: “L’immigrato che abita fra di voi nel vostro paese lo tratterete come colui che è nato fra di voi: tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati immigrati nel paese d’Egitto” (Lv 19,34). Ovviamente, l’amore richiesto verso l’immigrato non va inteso in senso affettivo, ma effettivo:

si tratta di mettere in atto delle misure sociali ed economiche che consentano agli immigrati di sentirsi accolti e non discriminati rispetti ai nativi.

Purtroppo oggi viviamo in una cultura dell’amnesia, della dimenticanza, e questo rende fragili le nostre identità e acuisce le nostre paure: invece, il ricordo e soprattutto la memoria delle sofferenze subite, del male subito, del male conosciuto da noi e dagli altri, è elemento essenziale che ci consente di elaborare il male subito e di produrre una cultura dell’accoglienza, di solidarietà, di  condivisione, per evitare che, non ricordando, arriviamo a ripetere il male, ad infliggere sofferenza ad altri.

Grazie al ricordo del male subito si può evitare la “coazione a ripetere” . Se non elaboro con la memoria il male e la sofferenza che ho vissuto, rischio di ripetere su altri la violenza di cui io stesso ho sofferto.  Da sempre la assenza di memoria genera mostri. Ecco perché per la Bibbia è importante FARE MEMORIA. Questa  memoria può aiutare quindi  il formarsi di un’attitudine di fronte allo straniero mossa e abitata da compassione, che impara a farsi carico ed accogliere…

Personalmente ho sempre letto in questo modo la parabola del buon Samaritano ( Lc 10,29-37 )
Non è un caso che a fermarsi sia proprio lui, straniero in terra straniera ( viene collocato sulla strada Gerico- Gerusalemme, in piena Giudea … )… il suo ricordare chissà cosa e chissà quanto, gli ha permesso di fermarsi, di imbarcare sul suo animale da soma quel malcapitato e di portarlo in una locanda.

Ha guardato, ha ricordato, non si è voltato da un’altra parte . Mi sembra molto chiaro ed evidente, non vi pare?
“Camminavo nella foresta, e vidi un’ombra, ed ebbi paura, pensando che fosse una bestia feroce. L’ombra si avvicinò, e mi accorsi che era un uomo. Quando si fece ancora più vicina, mi accorsi che era un fratello”. Apologo buddista tibetano .

Clemente Alessandrino e  Tertulliano citano uno splendido agraphon di Gesù “Hai visto tuo fratello? Hai visto Dio”
“Se io non sono per me, che cosa sono? Se io sono solo per me, che cosa sono?  E se non ora, quando? “  ( Mishna, Pirqe Avot 1,14 )

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