Moby Prince, le prime verità

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Di Vincenzo Varagona

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Da due anni sulla parete del molo nord di San Benedetto del Tronto c’è una lapide, dedicata a Sergio Rosetti, macchinista del Moby Prince, traghetto coinvolto, il 10 aprile 1991, nella più grave tragedia navale civile del dopoguerra. Finì contro la petroliera AGIP Abruzzo: 140 vittime, bruciate in attesa dei soccorsi, arrivati troppo tardi. La targa è una delle 12 che ricorda le grandi tragedie del mare di San Benedetto: “Ci abbiamo messo 25 anni, spiega Nicola Rosetti, figlio di Sergio e vicepresidente nazionale di #IoSono141, associazione che riunisce le famiglie delle vittime, a fare capire che questa vicenda, pur avvenuta lontano, a Livorno, riguarda tutti noi, tutto il paese, a maggior ragione San Benedetto del Tronto”.
E’ una delle tante battaglie, anche se quella più importante è l’ultima, quella che potrebbe far vincere la ‘guerra’: dopo 27 anni in cui è successo davvero di tutto, per non approdare, dal punto di vista giudiziario, a niente, qualcosa di importante sta avvenendo.
“Incredibilmente, afferma Rosetti, laddove la magistratura ha fallito, sta vincendo la politica”.
E’ successo che, proprio alla vigilia delle elezioni, a chiusura di mandato, la commissione d’inchiesta del Senato ha voluto affermare la sua verità, in un faldone di 500 pagine, in cui arriva a conclusioni diverse da quelle che hanno portato all’assoluzione, in primo grado, degli imputati.
Per Loris Rispoli, presidente dell’associazione, che nella tragedia ha perso la sorella Liana, di 29 anni, sta finendo un incubo: “la nebbia, spiega, si sta dissolvendo in tutti i sensi. Nell’inchiesta si comincia a vedere un po’ di chiarezza e paradossalmente la prima verità che sta emergendo è che quella notte la nebbia citata in questi anni non c’era. Non è stata la nebbia a causare il disastro. L’altra verità è che la petroliera era ancorata in un punto in cui non doveva stare. In quel punto infatti c’é divieto di ancoraggio”.
“Un’altra verità scomoda, rincara Rosetti: si è sempre detto che per le vittime non ci sarebbe stato scampo, perché il fuoco ha divorato tutto in una manciata di minuti. Invece gli atti della commissione rivelano che i soccorsi sono arrivati tardissimo, oltre un’ora dopo, anche se l’incidente è avvenuto a poca distanza dal porto di Livorno. L’equipaggio del traghetto aveva messo a punto un rapidissimo piano di evacuazione, E’ stato inutile, perché i soccorsi non sono arrivati, o perlomeno si sono concentrati sulla petroliera senza curarsi delle 140 vittime del Moby Prince. L’equipaggio dell’Agip Abruzzo si è salvato, gli altri no. Nessuno poi è riuscito a spiegare la fretta con la quale si è chiusa la pratica assicurativa miliardaria. Di solito ci si avvita su contenziosi di anni, perizie e controperizie, invece in questo caso, in soli due mesi, Snav e Navarma hanno raggiunto un accordo. Pesante il dubbio che ci fosse interesse a non investigare a fondo”.
“Nel processo poi, rincara Rispoli, si è indagato sulle responsabilità di mezze figure. Quelli che dovevano essere i primi responsabili sono rimasti fuori dal procedimento. E siccome non può essere un mozzo o un sottufficiale a rispondere di un disastro enorme come questo, la vicenda diventa davvero inquietante.
“I dubbi principali sono rimasti senza risposta. Perché la petroliera era ferma dove non doveva essere ancorata? Si aggiunge un altro elemento, la certificata manomissione della rotta. Si è fatta figurare nel processo la provenienza dall’Egitto quando la commissione ha verificato che il cargo arrivava da Genova. Si rinnova la domanda: cosa si voleva nascondere? Troppo facile addebitare l’incidente all’equipaggio del traghetto dicendo che era distratto da una partita in televisione.
“Infine, incalza Rosetti: non risulta perizia sul carico della petroliera. l’unico documento sui fascicoli processuali è relativo ai controlli su una nave gemella, che sta in rada. Come a dire, tanto trasportavano le stesse cose. Buchi d’indagine inconcepibili. E’ stata poi la Procura a chiedere l’assoluzione. Il processo tuttavia è stato gestito da un procuratore diverso da quello che lo aveva istruito. La Procura di Livorno ha aperto un nuovo fascicolo, dal quale ci aspettiamo tanto”.

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