Azione Cattolica: “impegnati perché sia più missionaria e popolare”

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“Siamo impegnati perché l’Azione Cattolica sia più missionaria e più popolare”. L’ha detto ieri mattina Matteo Truffelli, presidente nazionale di Azione Cattolica, durante il convegno degli assistenti regionali, diocesani e parrocchiali di Ac, Fuci, Fuci, Meic e Mieac dal titolo “Memoria del futuro. Da 150 anni il prete a servizio dell’Ac”, in corso ad Assisi. Ricordando l’iniziativa “Al veder la Stella”, che prevede l’impegno dei giovani associati in una struttura a Betlemme che accoglie bambini con diverse malattie, Truffelli ha sottolineato l’esigenza di “farci prossimi”, di “prenderci cura delle vite per accompagnarle”. “Betlemme è simbolo di tutte le periferie in cui Ac dovrebbe stare”. Dopo aver sottolineato l’esigenza di “ripensare sempre il modo in cui stiamo all’interno della nostra Chiesa o del nostro contesto sociale e culturale per essere presenza”, il presidente ha approfondito alcuni aspetti dei due discorsi tenuti da Papa Francesco ai partecipanti al Forum internazionale di Azione cattolica nell’aprile 2017. “All’Ac è chiesto, come a tutta la Chiesa, di sperimentare un impegno missionario”. E la magna carta è l’Evangelii gaudium “da leggere e capire per attuare il modello di Chiesa proposto da Papa Francesco” in modo da “essere all’altezza della nostra storia”. L’impegno indicato dal presidente è quello di “fare della prospettiva missionaria il criterio su cui misurare ogni aspetto dell’esperienza associativa”. Per questo motivo, bisogna “chiedersi sempre se siamo più o meno capaci di interpretare un compito missionario, se un testo accentua o frena la spinta missionaria dell’associazione”. Il risultato di questo processo è “un’Azione cattolica più audace e creativa”, “un’Ac che non ‘balcona’ e che non rimane immobile per timore di fare un passo falso, che non si cristallizza nelle cose che fa bene perché le fa da tanto tempo”. Quindi, il rischio da evitare è quello di “chiudersi in ciò che si è sempre fatto”, “nell’autoconservazione”. Anche la formazione deve essere missionaria “per superare l’idea che prima ci si forma e poi si diventa missionari”. “Potremmo dire usando un neologismo – ha concluso – che ci si forma a missionare ‘missionando’, mettendo in pratica una formazione che non si limiti all’incontro in parrocchia, ma che aiuti a confrontarsi con domande e attese che abitano nel cuore delle persone”.

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