Nicoletti nuovo presidente Apce: resistere a nazionalismi e xenofobia

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Gianni Borsa

“In un momento in cui siamo chiamati ad affrontare sfide enormi – dal terrorismo alle migrazioni, dalle vecchie e nuove forme di povertà alla diffidenza verso le istituzioni rappresentative, dal risorgere del razzismo e della xenofobia a l’immensa solitudine di così tante persone – dobbiamo resistere alla tentazione del nazionalismo e dello sciovinismo, delle derive centrifughe e dei conflitti, riaffermando la necessità di pace e giustizia nel nostro continente”. Michele Nicoletti è il nuovo presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. È stato eletto durante la sessione plenaria in corso a Strasburgo (22-26 gennaio), dopo un periodo travagliato per l’Apce, con polemiche e lacerazioni interne e il rischio di perdere credibilità verso l’esterno. Nicoletti, docente di Filosofia della politica all’Università di Trento, è parlamentare in Italia eletto tra le fila del Partito democratico. Nel nuovo ruolo alla guida dell’Assemblea del CdE resterà in carica per un anno; tale carica è rinnovabile una sola volta. L’Assemblea è composta da 324 membri delegati dai parlamenti nazionali dei 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa, prima organizzazione continentale istituita nel secondo dopoguerra (1949) con il grande obiettivo della pacificazione post-conflitto: si occupa principalmente di democrazia, diritti umani (dal CdE dipende la Corte dei diritti dell’uomo), identità culturale europea. Il CdE ha rapporti di collaborazione in diversi campi con l’Unione europea.

Presidente, nel suo primo discorso ha fatto cenno a una democrazia oggi “sotto pressione”: cosa intende dire?
Possiamo certamente affermare che in questi anni l’Europa ha conosciuto un grande processo di democratizzazione. La situazione post-bellica non è neppure lontanamente paragonabile all’attuale. Inoltre dobbiamo sempre considerare la svolta avvenuta con la caduta del Muro di Berlino, con democrazia e stato di diritto estesi a un grande numero di Paesi.Non è stato un cammino semplice né lineare, e si sono registrati, sia a est che a ovest, passi falsi e battute d’arresto. Così, oggi, potremmo citare la difficile situazione in Turchiasolo per fare un esempio. Ma anche – sempre per restare agli esempi – ciò che accade in Polonia a proposito della divisione dei poteri e l’indipendenza della magistratura pone seri problemi. In altri Stati vediamo come vengono trattate le minoranze, le Ong, oppure le università e la libertà di educazione…

Dunque anche nell’Europa occidentale, con una più lunga tradizione democratica, i problemi non mancano.
Esatto. Osserviamo forti spinte populiste e nazionaliste proprio contro la democrazia rappresentativa, che è una conquista storica in Europa. Crescono inoltre, in ogni angolo del continente, movimenti nazionalisti che tendono a criticare fortemente le istituzioni europee, a metterne in dubbio la stessa esistenza – quanto accaduto con il Brexit – pensando che sia meglio agire a livello nazionale: ma è sotto gli occhi di tutti che le risposte nazionali sono inadeguate alle nuove e grandi sfide, come le migrazioni, il terrorismo o la tutela dell’ambiente.

E i diritti umani? Sono pienamente difesi in Europa?
È una situazione in chiaroscuro. Sono stati raffinati, nel tempo, gli strumenti giuridici di protezione, la Corte di Strasburgo funziona sempre meglio: se guardiamo a 70 anni fa, quando nacque il Consiglio d’Europa, ravvisiamo una tutela crescente. Eppure ci sono tanti diritti dei minori, delle donne, dei migranti che non sono rispettati. Esistono criticità nel rispetto delle leggi e nelle esecuzioni delle sentenze (pensiamo a tante realtà carcerarie e ai diritti dei carcerati). Ma preoccupano non di meno quegli atteggiamenti che emergono nelle nostre società, segnati da razzismo, xenofobia, discorsi di odio verso gli stranieri spesso moltiplicati dai social.

In questo caso la risposta deve avvenire su un piano culturale e sociale, oltre che giuridico.

Il suo primo e più importante obiettivo come presidente Apce?
Direi che è il dialogo, volto alla pace, tra i 47 Paesi che compongono la nostra organizzazione. E neanche questo si può dare per scontato; pensiamo al conflitto in corso in alcune regioni tra Russia e Ucraina. Ecco, il nostro primo impegno deve essere il superamento dei conflitti per la costruzione della pace.

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