Giovani. Don Matteo: serve “uno sguardo intergenerazionale”

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M.Michela Nicolais

“Lì dove i giovani decidono – faticosamente – la loro identità, fanno fatica a recuperare come qualcosa di significativo ciò che hanno vissuto all’interno della loro esperienza di parrocchia, nei movimenti o nelle associazioni cattoliche”. Don Armando Matteo spiega così la “disaffezione” del mondo giovanile, che vede i giovani di oggi alla prese “con la difficoltà ad intercettare, in termini di interesse, l’esperienza del credere”. Ci vuole “uno sguardo intergenerazionale” per capire le nuove generazioni, il cui rapporto con la fede è all’insegna di una “difficoltà un po’ più acuta” rispetto a quella segnalata da altri studiosi, che parlano semplicemente di “allontanamento dalla comunità ecclesiale”. Alla vigilia del Sinodo convocato da Papa Francesco sui giovani – in occasione del quale don Matteo ha pubblicato una nuova edizione speciale, per i tipi di Rubbettino, del suo volume “La prima generazione incredula” – facciamo con l’autore il punto su quella che nel Documento preparatorio viene definita la prima generazione che vive non “contro”, ma “senza” Dio e la Chiesa.

(Foto: Siciliani/Gennari-Sir)

Don Matteo, quali sono le consonanze tra le sue tesi sui giovani e ciò di cui si discuterà nel Sinodo di ottobre?
La mia tesi di fondo, che trova riscontro anche nel Documento preparatorio del Sinodo, è che i giovani di oggi non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa. Quello dei giovani non è un allontanamento di protesta: i giovani fanno fatica a mettere insieme la loro vita con la realtà cristiana, a rispondere a domande sul perché andare a messa, leggere il Vangelo, pregare, fare un matrimonio in Chiesa… Il motivo di questa loro incapacità risiede nel fatto che

il cristianesimo domestico è profondamente in crisi.

Nella pastorale con i giovani, abbiamo molto puntato sulla realtà della parrocchia, delle associazioni e dei movimenti, ma forse c’è un po’ sfuggito ciò che Papa Francesco dice al n. 70 dell’Evangelii gaudium: all’interno dei rapporti intergenerazionali – tra padri, madri e figli – c’è una rottura della trasmissione della fede. È una tesi molto forte, ma confermata da molte indagini: nelle famiglie non si prega più, e non sempre i figli hanno avuto l’occasione di vedere i loro genitori pregare, leggere il Vangelo, andare a messa, o di ascoltare un discorso attorno a ciò che conta nella vita da cui venissero fuori insegnamenti attinti dal Vangelo. Bisogna prendere coscienza che la qualità della testimonianza adulta nella famiglia e nell’ambito più esterno della socialità non trasferisce più un cristianesimo concreto. Come si legge nel Documento preparatorio del Sinodo, perché i giovani possano accedere all’esperienza della vita adulta servirebbero credenti autorevoli: un obiettivo auspicabile, che però non è si è ancora pienamente realizzato nei fatti.

Quindi il termometro dell’interesse della Chiesa per i giovani sono gli adulti?
Il Papa l’ha detto nell’ultimo discorso alla Curia romana: quando parliamo di giovani, il tema nodale sono i rapporti intergenerazionali.

Senza uno sguardo intergenerazionale, che tenga conto di ciò che è avvenuto nelle generazioni che li hanno preceduti, è difficile cogliere quello che sta capitando davvero a quella che io definisco come la prima generazione incredula.

C’è molta retorica sui giovani: si continua a ripetere che sono il futuro, ma in questo modo non si rischia di rubare loro il presente?
Ci stiamo dimenticando che

coloro che hanno meno di 35 anni non sono “giovani”, ma sono “i giovani”:

hanno cioè una specificità irripetibile, non cedibile ad altre età della vita. I ventenni e i trentenni godono di una condizione mentale, fisica, potenziale che è unica: esiste per loro il diritto ad avere al più presto a disposizione la possibilità di fare figli, di formare una famiglia, di scegliersi un lavoro in cui investire tutta la loro esistenza. Gli adulti invece misconoscono che i giovani non sono semplicemente giovani, ma “i giovani”, e così continuano a governare il mondo per mantenere i loro privilegi. C’è una questione di ingiustizia, tanto che il Papa – nella lettera inviata ai giovani per il Sinodo – parla del grido dei giovani, che sentono di avere una potenza unica ma si sentono continuamente rispondere: “Ci siamo ancora noi”.

Gli adulti, al contrario, dovrebbero farsi da parte, perché essere disponibili alla generatività significa favorire quel compito dei traghettatori della vita che è tipico del mondo degli adulti.

Il futuro è la “pastorale giovanile vocazionale”, sollecitata nel Documento preparatorio del Sinodo?
Mi sembra un’espressione molto azzeccata: al n. 105 dell’Evangelii gaudium il Papa esorta a cambiare rotta rispetto agli attuali progressi della pastorale giovanile, a partire proprio dalla questione intergenerazionale. Si è giovani per diventare adulti: ogni lavoro con i giovani serve sostanzialmente a crescere. È questa la prima fondamentale vocazione, e la fede serve a promuovere questo cammino di crescita. Ciò comporta un impegno in due ambiti: il primo è a “ripulire” il profilo dell’adulto, ridando charme, bellezza e attrattività questa condizione. Il secondo filone di impegno consiste nell’immaginare un profilo del credente nuovo, all’altezza del Vangelo. Come scrivono Papa Francesco e Papa Benedetto nella Lumen Fidei al n. 18, il credente è uno che guarda il mondo con gli occhi di Dio. Occorre impegnarsi non solo per eventi straordinari, ma nella pastorale ordinaria, altrimenti lo straordinario rischia di diventare un alibi. La Chiesa è madre, come ripete Francesco, e se non genera nuovi credenti vuol dire che c’è qualcosa che non funziona.

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