Papa in Cile. Padre Mifsud (gesuita), “una parola di speranza capace di vedere la luce nel tunnel della vita”

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M. Chiara Biagioni

Un viaggio complesso. Il Papa si appresta a vivere fino al 18 gennaio un altro viaggio difficile. La vigilia di questo viaggio è stata purtroppo segnata anche da una serie di attacchi a chiese con bottiglie incendiare, frequenti in occasioni simili e segno di un malessere profondo che attraversa oggi il Cile, non solo la sua capitale. Un Paese molto diverso da quello che visitò papa Giovanni Paolo II. E papa Francesco lo sa molto bene. “Negli anni Ottanta – spiega il gesuita – l’immagine della Chiesa godeva di grande credibilità per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, mentre ora fa parte della generale crisi istituzionale che attraversa il Paese. Tutte le istituzioni pubbliche, per diverse ragioni, sono viste con sospetto. Prevale un clima di sfiducia”. A questo si aggiungono le critiche per i costi elevati della visita papale e il fatto che sono molti a non capire “come sia stata possibile la nomina di un vescovo a Osorno che era molto vicino con Karadima (sacerdote accusato di abusi sessuali)”.

Padre Tony, cominciamo dalla questione degli abusi. Quanto ha inciso sulla percezione che la gente ha della Chiesa e quali errori – secondo lei – sono stati commessi?
Senza dubbio, la questione degli abusi sessuali ha avuto un’influenza negativa sull’immagine pubblica della Chiesa. Alcuni sacerdoti accusati e puniti erano persone molto conosciute nel Paese e, quindi, l’impatto è stato maggiore. Di fronte a tali scandali, è normale che la posizione della Chiesa su alcune questioni legate alla sessualità abbia perso di credibilità. Ho poi l’impressione che la posizione della Chiesa ufficiale sia stata più difensiva nei confronti di chi denunciava, quando invece era necessario un atteggiamento di accoglienza. È mancata anche una maggiore trasparenza, superando quella mentalità secondo la quale

i panni sporchi devono essere lavati a casa propria.

Cosa può fare il Papa nella sua visita in Cile? Credo che i gesti concreti saranno più importanti delle parole, specialmente in un contesto di sfiducia che predomina nel Paese, come ad esempio unirsi alle vittime.

C’è poi la questione delle popolazioni indigene come i mapuche e la messa che sarà celebrata sulla loro terra, a Temuco. Il Papa ha sempre molto a cuore le minoranze. Che cosa ci si aspetta da lui?
Il Paese ha un debito molto grande con i mapuche. Ho l’impressione che lo Stato non sia stato in grado di entrare in un dialogo autentico con loro, anzi, c’è una tendenza a ricorrere alla legge anti-terrorismo. La maggior parte dei mapuche è pacifica e non violenta, ma ora anche questa maggioranza comincia a simpatizzare con la piccola minoranza che ha fatto ricorso ad atti violenti. C’è un problema ermeneutico molto serio, perché la realtà è interpretata in modo diverso tra le due culture (cilena e mapuche), come nel caso del significato della terra, che per i mapuche è la “madre terra”. Inoltre, in alcuni settori mapuche la Chiesa è considerata parte dell’establishment colonizzatore delle loro terre. Penso che sia necessario mettersi in ascolto, capire le loro richieste e le loro proposte e spero che la visita del Papa possa diventare un’occasione. Il Papa può ascoltarli e accompagnarli nelle loro giuste richieste, e insistere sul fatto che

il ricorso alla violenza non porta ad alcuna soluzione permanente.

Si è addirittura scritto in questi giorni che il Papa (argentino) non ama il Cile…
Il problema non è la nazionalità del Papa, ma alcune frasi pronunciate riguardo alla situazione di Osorno. Sarebbe necessario discernere… Penso che negli ultimi giorni l’atmosfera sia migliorata rispetto alla sua visita e anche la richiesta di biglietti per partecipare agli eventi pubblici è aumentata.

Credo onestamente che il suo talento carismatico, i suoi gesti spontanei e la sua semplice vicinanza possano conquistare il cuore di molti.

Nonostante queste “ferite”, la visita di papa Francesco ha raccolto a Santiago in questi giorni un milione di fedeli. Sono migliaia i giovani volontari. Quale messaggio il Cile si aspetta da Papa Francesco?
Casi di corruzione, un mondo politico che non interpreta la cittadinanza, casi di abusi sessuali, crescente secolarizzazione, crisi delle istituzioni, prevalente mentalità individualista, seduzione del denaro, sfiducia nel pubblico e nelle istituzioni, mancanza di credibilità nell’istituzione della Chiesa. È questo il contesto che Francesco incontrerà. Penso che sia difficile dire cosa ci si aspetta dal Papa, ma oso suggerire una parola di difesa per i più vulnerabili attraverso l’impegno per la solidarietà; una parola di speranza che scaturisce dalla fede, che non ignora le difficoltà ma, al tempo stesso, non si rassegna perché è capace di vedere la luce nell’oscurità del tunnel della vita; una parola sul senso più profondo della vita; l’annuncio del Dio misericordioso annunciato dal Figlio Gesù; una parola sull’importanza di costruire un sogno comune tra tutti come espressione di un autentico patriottismo; una parola sull’accoglienza fraterna dei migranti che sono aumentati in Cile negli ultimi anni.

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