Il grido dei giovani cristiani di Gaza: “Aiutateci a restare nella nostra terra”

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Daniele Rocchi

L’ultimo raid aereo israeliano risale nella notte tra sabato 13 e domenica 14 gennaio. Jet con la Stella di David hanno bombardato una zona a est della città di Rafah, al confine con l’Egitto distruggendo un tunnel, presumibilmente di Hamas, che correva verso Egitto e Israele. Ma il parroco di Gaza, padre Mario Da Silva, religioso brasiliano dell’Istituto del Verbo incarnato (Ive), non sembra scomporsi più di tanto. Da sei anni è a Gaza e di guerre ne ha viste già due, “Colonna di fumo” del 2012 e “Margine protettivo” del 2014. A raccontarle restano ancora macerie – abitazioni da riparare, infrastrutture da ricreare – e tanta rabbia mista a rassegnazione nella popolazione, due milioni di abitanti di età media 17,7 anni (dato del 2011), costretta a vivere in una grande gabbia a cielo aperto di 378 chilometri quadrati con poca acqua ed energia elettrica erogata solo per alcune ore al giorno. E “in attesa della prossima guerra che speriamo non arrivi mai – dice il parroco – cerchiamo di sostenere questa gente che soffre ogni giorno di più perché non vede futuro davanti a sé. La disoccupazione è altissima”. Lo sanno bene i circa mille cristiani rimasti nella Striscia di Gaza, erano oltre 1.700 sei anni fa, di questi solo 138 sono cattolici e appartengono alla parrocchia della Sacra Famiglia che si trova nel quartiere orientale di al-Zeitun. Ma guai a parlare di estinzione dei cristiani di Gaza:

“Non vogliamo rassegnarci al muro che ci circonda, alla mancanza di libertà

e di condizioni di vita dignitose. La volontà di restare qui è forte ma ci serve aiuto materiale e spirituale”, sottolinea il parroco che nel 2017 ha celebrato in parrocchia un matrimonio, un funerale e tre battesimi.

Aiutare i cristiani a restare. Ieri, domenica 14 gennaio, la piccola comunità cattolica gazawa ha ricevuto la visita dei vescovi di Usa, Canada, Ue e Sud Africa, membri dell’Holy Land Coordination, organismo istituito su invito della Santa Sede con lo scopo di sostenere le comunità cristiane di Terra Santa. Una visita molto attesa che si è incentrata sulla celebrazione della messa e sull’incontro con i giovani che hanno potuto così raccontare la loro vita nella Striscia.

“La nostra missione – ha spiegato ai vescovi padre Da Silva – è quella di preservare la fede dei cristiani, aiutarli a fronteggiare anche le  pressioni fondamentaliste che chiedono la conversione all’Islam. Pressioni, che unite alle difficili condizioni sociali e economiche, li spingono a lasciare la Striscia.

Da qui nasce l’esigenza di pregare con loro, di visitarli a casa, di parlare dei loro problemi tentando di risolverli. Organizziamo molte attività per bambini e ragazzi, così da seguirli sempre da vicino. Abbiamo scuole, case per anziani, centri ricreativi: questa è la nostra risposta al disagio di questa terra”. Il lavoro più difficile? “È fare in modo che i cristiani restino.

I giovani partono perché non hanno lavoro,  libertà e diritti.

Per questo molti di quelli che ottengono un permesso da Israele per uscire da Gaza poi non fanno ritorno. Siamo una piccola comunità, la vostra visita ci rafforza e non ci fa sentire abbandonati”.

Le sfide del lavoro e della famiglia. “Avere un lavoro e la possibilità di mettere su una famiglia cristiana, è ciò che vogliamo” ha raccontato Rami Tarazi, 24 anni, disoccupato, nell’incontro con i vescovi.

Rami Tarazi (a sinistra nella foto)

“Siamo una minoranza esigua, la situazione politica e sociale non ci aiuta. Vorremmo avere la possibilità di entrare in progetti lavorativi. Ci sono molte associazioni cristiane impegnate in questo campo ma non basta. A volte non c’è posto per noi”.

Attualmente nella Striscia di Gaza sono 30 i giovani cristiani coinvolti in progetti finalizzati a creare posti di lavoro, promossi dal Patriarcato Latino di Gerusalemme, dalla Pontifical Mission e dalla Caritas Gerusalemme. “Senza il loro aiuto – ha detto con chiarezza padre Da Silva – avremmo già chiuso i battenti della parrocchia”. Adesso in dirittura di arrivo, per marzo, c’è un altro progetto rivolto a 10 giovani che, ha spiegato il parroco, “intraprenderanno, da un lato, lo studio intensivo dell’inglese per ampliare le possibilità di impiego, e dall’altro, della teologia così da essere formati in modo adeguato per tenere catechesi e formazione di bambini e ragazzi”.

“Non siete soli”. Lo ha ribadito durante la messa mons. Stephen Brislin, arcivescovo di Cape Town, che ha richiamato l’esperienza dell’apartheid in Sud Africa per lanciare un messaggio di speranza. “Veniamo da Paesi che hanno avuto esperienza di guerra, di oppressione, di odio e di discriminazione. Abbiamo bisogno di speranza e, per questo, dobbiamo essere operatori di solidarietà.

Non possiamo fermarci davanti alle ingiustizie.

Opponiamo alla violenza e all’odio una cultura di pace e di riconciliazione”. Parole, tuttavia, di difficile attuazione a Gaza dove l’accordo del 12 ottobre scorso tra i due gruppi rivali, Fatah e Hamas, non ha prodotto per ora risultati significativi e dove la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, ha innescato una serie di proteste e tensioni con la morte e il ferimento di alcuni manifestanti da parte delle forze israeliane di sicurezza.

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