Gli ultimi difficili mesi del pontificato di Paolo VI

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Fabio Zavattaro

Si respirava ancora la grande stagione dei cambiamenti conciliari in quel 1978 quando, sul Soglio di Pietro, si sono succeduti tre Papi: Paolo VI, che morirà il 6 agosto; Giovanni Paolo I, eletto 20 giorni dopo e morto la notte del 28 settembre; e Giovanni Paolo II, primo Pontefice straniero dopo 455 anni, l’olandese Adriano VI, ma, nello stesso tempo, primo Vescovo di Roma non italiano. Quel  1978, in qualche modo, segna anche l’inizio di novità che arriveranno fino alla rinuncia di Benedetto XVI, cinque anni fa, e la nomina del primo Papa latinoamericano, Francesco, che sceglie di non abitare nel Palazzo Apostolico.

Quegli ultimi mesi di Pontificato per Papa Montini sono, forse, i più difficili, sicuramente i più tristi.

L’anno si apre, com’è tradizione, con la giornata per la pace che ha voluto istituire dieci anni prima, in quel 1968 che passerà alla storia come l’anno delle contestazioni studentesche. L’appello alla pace, nel desiderio di Montini, è augurio e promessa all’inizio di ogni anno perché nel mondo si possa costruire un cammino di concordia e di riconciliazione tra i popoli; perché la pace – “questa parola ci opprime e ci esalta” – non è “sogno puramente ideale, non è un’utopia attraente, ma infeconda e irraggiungibile; è, e dev’essere, una realtà; una realtà mobile e da generare ad ogni stagione della civiltà, come il pane di cui ci nutriamo, frutto della terra e della divina Provvidenza”.

Affermazioni alle quali Papa Montini fa seguire gesti concreti, come quando, in occasione di un dirottamento di un aereo della Lufthansa a Mogadiscio da parte di terroristi, offrì la sua persona in ostaggio in cambio della liberazione dei passeggeri. Ma la pagina più triste per Paolo VI sono i giorni del rapimento e dell’uccisione del leader della Dc Aldo Moro, suo amico dai tempi della Fuci e dell’Azione cattolica. Il 21 aprile 1978 scrive la famosa lettera agli uomini delle Brigate rosse, davanti ai quali si inginocchiava per chiedere la liberazione del politico democristiano. Una lettera scritta di proprio pugno, tre pagine nella sua grafia minuta, nella quale usa la prima persona singolare: “io scrivo a voi…”

I brigatisti avevano chiesto un riconoscimento pubblico allo Stato;

Montini con quella lettera offre, a sua volta, un riconoscimento nella speranza di vedere di nuovo libero Aldo Moro, “profittando del margine di tempo che rimane alla scadenza della minaccia di morte” scrive.

Ne chiede la liberazione “semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità”. Una lettera ha un mittente che scrive, e un destinatario che la riceve; se il primo è noto, per alcuni versi il secondo è anonimo, al di là di quel generico “uomini delle brigate rosse”, e per di più non ha un indirizzo noto. Come recapitare, allora, la lettera? Paolo VI, consultatosi con l’allora monsignor Agostino Casaroli, la rende nota pubblicamente e la consegna alla Sala Stampa Vaticana perché la conservi nei suoi archivi. Dove, forse, ancora si trova.

Il 13 maggio in San Giovanni in Laterano il rito funebre davanti ai leader democristiani ma senza il corpo dell’onorevole Moro. Una preghiera da profeta dell’Antico Testamento, la sua, nella quale si rivolge a “Dio della vita e della morte” al quale chiede di ascoltare il suo lamento: “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita”. Morirà a Castelgandolfo appena tre mesi dopo, Papa Montini; chiederà di riposare nella vera terra e nel testamento spirituale scrive: “Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite”.

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