Vescovo Bresciani “La volontà di Dio è che i fratelli nell’umanità imparino a vivere insieme nella giustizia e nella pace”

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DIOCESI – “Siamo qui riuniti in preghiera per iniziare il nuovo anno, chiedendo al Signore la sua benedizione e il dono della pace. La Chiesa, in questa giornata mondiale della pace voluta dal beato papa Paolo VI nel 1967, ci presenta come icona della pace la maternità di Maria vergine, colei che accoglie, protegge e custodisce la vita.”

Con queste parole il Vescovo Carlo Bresciani ha cominciato l’omelia della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 51.ma Giornata mondiale della Pace sul tema: “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”.

Il Vescovo Bresciani ha poi affermato: “Nel concludere l’alleanza al Sinai, dopo l’uscita dalla schiavitù di Egitto, Dio chiede al suo popolo un impegno che è connesso alla sua liberazione: “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 23, 9).

Il Dio della Bibbia, quello che nel suo Figlio si è incarnato a Betlemme e che stiamo celebrando nel Natale, è un Dio di liberazione, un Dio di migranti.

Le leggi per la protezione degli stranieri attraversano tutto l’Antico Testamento. Il codice di santità va anche oltre il testo dell’Esodo che abbiamo appena citato: “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi, tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” (Lev 19, 34). L’esperienza della schiavitù in Egitto e della successiva liberazione fatta dal popolo d’Israele è la base dell’insegnamento dato ai suoi figli perché vivano nella pace.
“Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: “Che cosa significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore, nostro Dio, vi ha dato?”, tu risponderai a tuo figlio: “Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nella terra che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore, nostro Dio, così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi. La giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica tutti questi comandi, davanti al Signore, nostro Dio, come ci ha ordinato” (Dt 6, 20-25).

Perché questa preoccupazione di tramandare ai figli un ricordo di fatti anche lontani nel tempo? Perché l’esperienza della libertà raggiunta dopo aver sofferto l’essere stato forestiero in terra d’Egitto, non deve far dimenticare l’importanza di accogliere il forestiero e di non fargli sperimentare i dolori che essi, i padri, hanno dovuto sopportare. Anche i nostri marchigiano in un tempo non molto lontano furono costretti non da persecuzioni politiche, ma da povertà economica, a cercare luoghi e nazioni dove poter avere di che vivere nella pace. Le statistiche dicono che oggi le persone di origine marchigiana nel mondo sono circa 1.500.000: tanti quanti quelli in patria.

La pace tanto desiderata non si costruisce nell’oppressione di questo e di quello, non può essere fondata su rapporti di forza, ma sulla giustizia che, come dice il Deuteronomio sopra citato, consiste nel mettere in pratica questi precetti che ha ordinato il Signore.

Come sappiamo bene, se è vero che la pace è l’aspirazione più profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, è altrettanto vero che essa va costruita giorno per giorno, disinnescando con pazienza e prudenza tutto ciò che può minarla. Non c’è nulla che mina la pace come le relazioni umane incapaci di comprendere i bisogni altrui. Sono le relazioni sbagliate che armano le mani di chi non si sente accolto o di colui al quale viene rifiutato il minimo necessario per vivere.
Oggi una grave minaccia alla pace è data dall’imponente migrazione dei popoli che coinvolge ben 250 milioni di persone. Non è la migrazione in sé che mina la pace, si tratta, infatti, di persone (uomini, donne e bambini, giovani e anche anziani) che cercano un posto dove avere di che vivere in pace.
Nel suo messaggio per questa giornata, il papa Francesco, ricorda a tutti che, se vogliamo la pace, non si può pensare che la strada sia rifiutare il migrante o il suo insensato sfruttamento approfittando della sua debolezza. Come giustamente ricorda il papa, spetta ai governanti, praticando la virtù della prudenza, stabilire misure pratiche “nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso”, accogliere e permettere loro il corretto inserimento nella nostra società, proteggendo e assicurando nel contempo i giusti diritti e lo sviluppo armonico delle comunità cui sono preposti.
Non deve essere la paura, né l’accentuazione, magari per fini politici di corto respiro, di alcune situazioni problematiche a orientare le scelte e le decisioni: discriminazioni, sfruttamento o semplice rifiuto del diverso seminano violenza e creano mentalità distorte che ignorano la dignità di ogni essere umano. Non dimentichiamo che chi semina vento raccoglie tempesta.
Al semplice rifiuto, da cristiani, ma anche da cittadini che vogliono la pace, dobbiamo cercare di contrapporre integrazione che, con le parole del papa, significa “permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie” rispettandone le leggi e contribuendo al suo sviluppo nella giustizia e nella pace.
Stiamo ancora celebrando il Natale: non possiamo dimenticare che il Dio che celebriamo è nato lontano da Nazareth, il suo paese; è stato costretto a fuggire in Egitto perché perseguitato fin dalla nascita: sappiamo poco di cosa sia successo in quel periodo per lui laggiù in terra straniera, ma certamente, e per fortuna, non fu rifiutato. Giuseppe e Maria certamente gli ricordarono che “fu straniero in terra d’Egitto”. Come dice san Paolo “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 3, 14). I due di cui parla san Paolo sono gli Israeliti, che si ritenevano i privilegiati, i possessori dei diritti e i giusti davanti a Dio, e i pagani, cioè tutti gli altri. La volontà di Dio è che i fratelli nell’umanità imparino a vivere insieme nella giustizia e nella pace. Da cristiani non possiamo che pregare e agire perché questo si realizzi nel nostro mondo globalizzato.
È quello che vogliamo fare questa sera, pregando con voi, cari amministratori del bene comune, perché il Signore Gesù vi illumini sulle scelte non sempre facili che in merito siete chiamati a fare per il ruolo che vi è stato affidato”.

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