Pietro Pompei: Mentre nella Terra Santa torna la violenza, Betlemme continua a fare ponte tra l’uomo e l’«Altro»

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DIOCESI – E il Verbo si fa carne. Dio sceglie di issare la sua tenda in mezzo a noi.
La carne umana diventa approdo di un prodigio. Il «Totalmente Altro» si fa uomo, la storia riceve un assurdo mai immaginabile prima. Impensabile che il Dio dell’Alleanza rinunciasse alla sua differenza, alla sua condizione Altra, diversa dai costruiti da mani d’uomo. Se Dio è Dio, l’uomo rimane distante e non è possibile un compromesso che rischi di alterare la verità, l’unica, decisiva per la salvezza, che insegna che Dio è primo e il resto è dopo. Verità che permette all’uomo di sognare la sua liberazione, perché solo Dio e la sua diversità possono far sperare in qualcuno che renda possibile una via di uscita dal¬la morte e favorisca il ripristino della pace nell’uomo e nell’intera creazione, che ancora soffre come nelle doglie di un parto.
È impensabile coniugare il tempo e l’eterno con lo stesso verbo, ma il Verbo ha preso carne umana e noi lo abbiamo visto (1Gv 1,1-3). Stupore e commozione per il miracolo. La gioia dell’evento è tutta in poche righe: «E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Da sempre l’uomo attendeva la risposta che avrebbe trasformato la storia com¬promessa in storia salvata. Da tempo aveva chiesto a Dio di mostragli il percorso per ritornare a casa, alla sua origine per¬sa il giorno in cui ha scelto non a favore ma contro qualcuno e qualcosa, il giorno in cui la morte ha rubato la vita. Da solo non poteva ritornare indietro, non sapeva, cercava ma non riusciva. Solo l’amore del Primo Amante avrebbe potuto riorganizzare ciò che l’uomo aveva perduto e con la potenza dell’amore ripristinare l’antico.
Era necessario lanciare una sfida all’as¬surdo, anzi un ponte che ricongiungesse ciò che ormai era distante, senza confondere le sponde, senza ibride coabitazioni, perché Dio è Dio e l’uomo è uomo. Era necessario un ponte che permettesse a Dio di calarsi tra gli uomini, di nascere carne, perché l’uomo potesse ritornare a Dio. Le sponde, quella di Dio e quella dell’uomo, restano diverse e il ponte lo costruisce chi ha il mestiere per farlo, il sommo dei Maestri, il miglior costruttore di ponti, Gesù, il bambino deposto in una mangiatoia al freddo e al gelo. Gesù che di Dio è il Figlio e dell’uomo è fratello.
Ha tanto amato il mondo il Signore dei cieli, da mandare il proprio Figlio che non ha considerato un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma ha spogliato se stesso assumendo la natura umana (Ef 2,67). Un tesoro geloso messo sottosopra per amore dell’uomo, per la nostra liberazione.
Come entrare fino in fondo nella comprensione di questo grande mistero? È difficile passare la grandezza dell’evento senza mettersi, se mai fosse possibile, dalla parte di chi il dono lo fa. Mettendosi dalla parte di chi lo riceve, ci si riempie di commozione, di gratitudine, di sbigottimento, ma non sempre si acchiappa la verità del dono.
Cosa diremmo se qualcuno ci chiamasse cane o peggio cagna? Per quanto potremmo amare gli animali sarebbe difficile non sentirci offesi, eppure c’è tanta poca distanza nell’ordine della natura tra un cane e un uomo, entrambi animali, anche se uno dei due è pensante.
Dio, invece, è Altro. Ma Dio non si è vergognato di farsi chiamare uomo, anzi si è fatto uomo, anzi è morto per dare vita e speranza all’uomo. Quale grande meraviglia, mio Signore, contemplo dinanzi alla grotta del Mistero: per il tuo corpo il mio trova significato, per la tua Parola la mia riceve comprensione.
Gli angeli in cielo esultano felici perché la gloria di Dio si è svelata e nel volto del piccolo, avvolto in fasce in braccio a Maria, è leggibile il sorriso di una nuova umanità pronta a rispondere con gioia al dono ricevuto. La gloria resta nei cieli e la pace sovrabbonda sulla terra.

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