Un rapporto sulla libertà di religione dei cristiani nel mondo

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Sarah Numico

Da alcuni anni Conferenza episcopale e Chiesa evangelica in Germania sono particolarmente attive nel pronunciarsi a tutela della libertà religiosa e a denunciarne le violazioni. Oltre alle iniziative delle singole Chiese, insieme hanno pubblicato un “Rapporto ecumenico sulla libertà di religione dei cristiani nel mondo”, la prima edizione nel 2013 ed ora la seconda, per offrire una “panoramica fondata sullo stato del diritto umano alla libertà religiosa in alcune regioni del mondo”. Questa libertà “è di fondamentale importanza perché la religione non riguarda un singolo aspetto della vita di una persona, ma la sua auto-consapevolezza e l’identità di sé”, scrivono nella prefazione i due presidenti, il card. Reinhard Marx e il vescovo Heinrich Bedford-Strohm. Se il Rapporto rinuncia a offrire elementi numerici precisi, perché richiederebbe “un insieme di strumenti” estremamente complesso da ricostruire, intende però definire “le cause, le strutture e i contesti all’origine delle pressioni, in modo che iniziative ecclesiali e politiche possano migliorare la situazione delle persone colpite”. Lo studio vuole essere “espressione della solidarietà” con i “fratelli e sorelle cristiani” e “con tutte le persone che, per la propria fede o credo sono perseguitate e oppresse”.

La drammatica situazione dei cristiani perseguitati in Siria e in Iraq continua a destare grande preoccupazione, così pure sono oggetto dello studio delle Chiese tutte quelle situazioni che in Europa tradiscono un atteggiamento di “ostilità” verso il fattore religioso nel contesto sociale.

A esserne più colpiti sono la comunità ebraica e quella musulmana.

Lo sguardo globale alla persecuzione religiosa mette in luce però anche altre manifestazioni. Un fenomeno che più di recente si osserva in tante regioni del mondo sono “le violazioni alla libertà religiosa attraverso l’imposizione di una identità nazionale religiosamente fondata”. Sono quei casi in cui la “linea di demarcazione” non è tra chi crede e chi non crede, ma tra “l’appartenenza nazionale” e chi è di un’altra appartenenza. È il noto caso del Myanmar, ma anche dello Sri Lanka dove “identità nazionale e buddismo sono strettamente legate a danno della minoranza non-cingalese”, e ancora dell’India dominato da un gruppo fondamentalista indù. Anche in Russia, evidenzia il rapporto, la religione è sempre più strumentalizzata con un atteggiamento “nazional-romantico”, non contrastato così chiaramente dalla Chiesa ortodossa. Nella rassegna di Paesi che violano la libertà religiosa, ci sono anche Paesi autoritari che ledono anche le “libertà di opinione, riunione e associazione”, con un “forte controllo sulle comunità religiose”; l’esito è anche la frattura tra coloro che vogliono cooperare e coloro che vogliono sottrarsi al controllo delle autorità. Cina Vietnam e Laos vengono inseriti in questa categoria, ma anche Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan dove le moschee sono poste sotto controllo video o la Bielorussia dove a essere controllata è la Chiesa cattolica a motivo della sua popolazione polacca.

Dal 2013 ad oggi è “significativamente cresciuta” la violenza in nome della religione in alcuni Paesi dell’Africa subsahariana: Kenya, Mali, la Repubblica centrafricana, Djibouti e Camerun.

Se la situazione continua a essere drammatica nel nord della Nigeria, dove il terrore di Boko Haram ha ucciso oltre 28mila persone dal 2011 ad oggi, anche nella Repubblica centrafricana ci sono stati nuovi scontri tra i ribelli seleka, e le milizie anti-balaka, i primi di matrice musulmana, i secondi cristiana, responsabili di aver fatto fuggire dal Paese l’80% dei musulmani. In America latina crescono i conflitti anche violenti tra le diverse confessioni e i “tentativi di missione in regioni abitate da comunità indigene sono motivi di contrasto”, come in Guatemala, Colombia, Brasile, Argentina e Paraguay, al punto che i convertiti ricevono minacce dagli appartenenti alle comunità indigene.

Proprio il “diritto di cambiare religione” è la “prova del nove” della libertà religiosa: infatti “solo se è legalmente riconosciuta la possibilità di cambiare, anche il rimanere in una comunità religiosa può essere compreso come espressione della libertà personale”. Questo il punto di partenza del terzo capitolo del “Rapporto ecumenico sulla libertà di religione dei cristiani nel mondo” che in questa sua seconda edizione dedica particolare attenzione al tema della libertà di conversione. Si tratta di un aspetto controverso e complesso anche dal punto di vista giuridico, ricostruisce il Rapporto.

Ci sono Paesi in cui il cambio di religione è perseguito fino alla pena di morte (Afghanistan, Iran, Arabia saudita, Sudan); altri in cui vigono “norme penali” che di fatto hanno la stessa funzione dissuasiva, come le “leggi sulla blasfemia” che esistono in molti Paesi non solo “nella sfera di influenza dell’Islam (Pakistan Yemen, in Egitto, in Malesia o in Indonesia), ma anche in quelli storicamente influenzati dal buddismo, dall’induismo o dal cristianesimo (specialmente il cristianesimo ortodosso), come in Russia”.

Alcuni Stati vietano il “proselitismo”: Marocco, Bangladesh, Armenia e Grecia, dove questo divieto è nella Costituzione. La fluidità interpretativa in quest’ambito, segnala il Rapporto, “dà agli Stati un ampio campo di manovra per sanzionare forme indesiderate di propaganda religiosa”. Ci sono poi Paesi, come l’Egitto o la Giordania, in cui i musulmani convertiti continuano a essere considerati come “musulmani” e i loro figli, ad esempio, costretti a essere cresciuti come musulmani; in altri, dove pure vige un “diritto famigliare laico”, la conversione dà origine a “incertezze legali”, a volte fino allo scioglimento del vincolo matrimoniale o alla perdita dei diritti d’istruzione per i figli. L’elenco di pregiudizi e stigmatizzazioni sociali è altrettanto articolato e giunge fino alla situazione attuale in cui si mette in dubbio l’autenticità di un “cambiamento di religione”, con il sospetto si tratti di una strategia per ottenere più facilmente un permesso di asilo.

“Le persone che a motivo della propria religione sono oppresse, escluse, sospettate o sistematicamente perseguitate hanno bisogno di solidarietà. Nulla è peggio della sensazione di essere abbandonati e dimenticati”. Questo il primo motivo per cui le Chiese tedesche si impegnano in vari modi a mettere in luce la sofferenza di chi è perseguitato per la fede. “Impegnarsi, informare fare pressione sugli attori politici” diventano anche motivo di fiducia per queste persone. Parlarne pubblicamente aiuta; il non fare nulla per paura di sbagliare sarebbe “il più grande errore” sebbene esiste il rischio di fare danni con “iniziative sprovvedute”. È per questo che occorre fare riferimenti alle persone e realtà che sono sul campo e possono offrire consulenza per capire quali passi compiere. Riferimento importante per le organizzazioni non governative sono anche gli organismi deputati alla difesa dei diritti umani presso le Nazioni Unite. Altra indicazione importante:

non va screditato come “clientelismo” quando una comunità religiosa si preoccupa dei propri fedeli, come nel caso dei cristiani in Medio Oriente, ma allo stesso tempo è importante “creare collegamenti” tra i diversi credo religiosi e le diverse visioni e “impegnarsi insieme per il diritto alla libertà religiosa che in definitiva si fonda sul rispetto per la dignità di ogni persona”.

Fondamentale è la “comunicazione inter-religiosa e intra-religiosa” per compiere “i necessari processi di chiarificazione teologica”. Non vanno dimenticati “i complessi processi di apprendimento storico”, come quello vissuto dalle Chiese in occidente prima di potersi impegnare pienamente per la libertà religiosa: ricordarsene “offre l’opportunità di comprendere meglio le paure e le resistenze” che oggi vivono l’Islam o il cristianesimo ortodosso.

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