Chiesa degli Usa. Card. Tobin (Newark): “Chiudere le porte ai migranti è lontano dagli ideali cristiani e dalla storia del Paese”

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Maddalena Maltese

Mi viene incontro con la mano tesa e un sorriso aperto, Joseph Tobin, cardinale di Newark, diocesi del New Jersey, proprio dirimpetto a Manhattan. Siamo a Baltimora durante uno degli intervalli dell’incontro annuale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. In un corridoio stipato di vescovi e segretari, cerchiamo uno spazio meno rumoroso per poterci ascoltare. Esordisce dicendomi: “Sono Joseph”. Si presenta spesso così, con semplicità e senza titolo e spiazza gli interlocutori, come ha fatto lo scorso giugno accogliendo in cattedrale un centinaio di persone appartenenti alla comunità Lgbt del suo Stato e della città di New York. Ed era sempre “Joseph” anche quando pochi mesi dopo la sua nomina, si è presentato ad un’udienza dell’agenzia per l’immigrazione per difendere un immigrato della sua diocesi che rischiava la deportazione. L’accoglienza per il cardinale Tobin comincia sempre dal nome e anche in questo non viene meno al mandato conferitogli da Papa Francesco, alla sua nomina: costruire “una cultura dell’incontro”, anche quando i terreni sono impervi e non sempre favorevoli alla nuova semina.

Quali sono le sfide che la Chiesa americana sta vivendo in questo momento storico?
A mio parere la sfida fondamentale che ci troviamo ad affrontare è quella di ridurre la breccia che si è creata tra la fede e la vita. Qui, negli Stati Uniti, si assiste ad una tendenza in crescita che è quella di convincere la gente a stazionare per un po’ di tempo nella religione e nella Chiesa, ma poi il resto della settimana e per le altre cose ordinarie della vita non c’è spazio per la fede e, quindi, la spiritualità viene ridotta a devozione, a partecipazione alla messa domenicale, ma la fede vera e propria è esiliata dalla piazza e dalla vita quotidiana. Poi è vero che ci sono le sfide dei giovani, dei migranti, della protezione delle vite non nate, ma a me preoccupa questa breccia che si allarga.

Come sta rispondendo a questa sfida nella sua diocesi?
La mia diocesi conta un milione e 600 cattolici, di cui 40 % ispanici. La preparazione del V Encuentro nazionale (un processo di riflessione e missione della Chiesa statunitense con le comunità e i ministri latino-americani) è una grande grazia, un dono che spinge le persone a riflettere sulla propria vita, a tracciare un percorso di grazia e a riconoscere la presenza di Dio nella vita quotidiana. E questa è una risposta, ma poi c’è anche la nostra presenza nei nuovi areopaghi della storia: il mondo dei migranti e degli emarginati, ad esempio, ma anche le università. Nella mia diocesi ce ne sono diverse e abbiamo dato priorità alla pastorale universitaria perché in questo campo c’è davvero tanto da fare.

I poveri, le vittime dei disastri naturali bussano alle porte degli Usa e della Chiesa. La solidarietà in occasione degli uragani si è tradotta in 21 milioni di dollari raccolti in sei settimane, ma poi ci sono scelte controverse nella politica. Qual è il suo pensiero a riguardo?
Ho fatto una riflessione condivisa con il mio popolo a partire da una domanda: quali misure sono prioritarie per questo governo adesso e quanto queste misure sono lontane dagli ideali americani? C’è una fedele della mia arcidiocesi (e qui il senso dello humor irlandese non si trattiene, ndr), che è nota in tutto il mondo, è di colore verde e ha in mano una torcia accesa: è la statua della libertà che tanti collegano a New York, ma in realtà appartiene alla diocesi di Newark (ridiamo perché la rivalità tra le due sponde dell’Hudson è nota, ndr). Quella statua è stata per milioni di persone una porta di libertà e ci ricorda costantemente gli immigrati e gli ideali di accoglienza di questo Paese: anche i miei nonni sono stati immigrati.

Oggi chiudere le porte ai migranti, con un linguaggio bruttissimo, non è solo lontano dagli ideali cristiani ma lo è anche dalla storia del Paese e questo non va dimenticato.

E lo stesso vale per la tutela dell’ambiente: il Santo Padre ha dato un contributo prezioso collegando l’abuso dell’ambiente all’abuso sulle persone, alla povertà e alla miseria e quindi le scelte fatte in contraddizione con questi valori devono far discutere.

La Chiesa americana è davvero in ascolto dei poveri?

Gesù ci insegna ad essere innocenti come colombe e astuti come serpenti. Noi abbiamo compiuto il primo passo che è quello di essere colombe, ma la nostra voce profetica è diventata ovattata, tranne su alcuni temi come quello della difesa della vita, ma in altri campi che toccano la dignità dell’essere umano dobbiamo essere difensori più coraggiosi.

Guardando a questa assemblea dei vescovi e alle tante sfide su cui ci si è confrontati, emergono punti di forza e criticità. Lei che riflessione ha fatto a riguardo?
Un punto di forza è certamente l’occasione di radunarci insieme, ma purtroppo questo è l’unico momento dell’anno e forse servirebbero più occasioni e qui sta la criticità. Altro aspetto positivo, che è anche una delle caratteristiche tipiche della cultura americana è la valutazione dei risultati, cioè il fatto che sui grandi progetti sappiamo definire cosa ha funzionato e cosa non è andato bene e questo ci consente di sapere a che punto siamo e come procedere.

E i nodi critici?
Un punto debole, continuo a ribadirlo, è il fatto che questo resta l’unico momento in cui ci riuniamo per progettare e discutere, poiché l’altro incontro di giugno è più legato alla nostra formazione spirituale.

Abbiamo, ad esempio, necessità di maggiore confronto sul piano pastorale legato all’Esortazione apostolica Amoris laetitia. Non abbiamo fatto una riflessione comune a riguardo e la nostra gente è vittima dei blog e della disinformazione.

Quando mi sono recato a Roma, mi hanno detto che l’85% degli articoli prodotti nel mondo a proposito dell’Esortazione arrivano dagli Stati Uniti, dove si trova appena il 6% dei cattolici, e molti di questi servizi non servono alla formazione, anzi pochissimi sono al servizio del Magistero. Su tematiche come questa dobbiamo riflettere insieme ma non abbiamo ancora trovato una struttura che favorisca una riflessione frequente e che aiuti questa complessità.

C’è una reale consapevolezza delle fragilità delle famiglie e dei loro problemi, come in più punti l’Esortazione sottolinea?
La Chiesa ha piena consapevolezza delle sfide, ma il problema resta la risposta: manteniamo una linea ferrea e insistiamo su quello o facciamo altro? Prima di insistere sulle norme, a mio parere, serve tornare ad annunciare il Vangelo, soprattutto nelle periferie e dopo possiamo parlare delle risposte morali, ma il Vangelo ha la priorità.

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