Cattolici-ortodossi. Quell’ecumenismo nel segno di San Nicola

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Andrea Dammacco

Insieme al 2017 si chiude un anno all’insegna dell’ecumenismo, marcato fortemente dalla figura di san Nicola di Bari, memoria obbligatoria nel calendario liturgico e ponte di fratellanza tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. Il 6 dicembre, infatti, durante la festa di san Nicola, Bari celebrerà il suo santo patrono ma anche l’anniversario della visita del patriarca Bartolomeo di Costantinopoli nel capoluogo pugliese. Un evento che ha rinsaldato l’amicizia tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa sulla scia dello storico incontro tra papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill avvenuto a Cuba il 12 febbraio 2016.

In questi dodici mesi il dialogo ecumenico tra le due Chiese ha fatto passi da gigante con il suo apice nella traslazione di un frammento delle ossa del vescovo di Myra da Bari a Mosca e San Pietroburgo tra maggio e luglio scorsi.

“Quella del patriarca Bartolomeo è stata una visita segnata da un affetto particolare – dice monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto – e ha sottolineato la fraternità, l’amicizia e la devozione verso san Nicola da parte della Chiesa di Costantinopoli e dell’Ortodossia”.

Anno zero. Nel periodo in cui le reliquie di san Nicola sono rimaste in Russia ben due milioni e mezzo di pellegrini da tutto il Paese le hanno reso omaggio, a dimostrazione del fatto che i due popoli, cattolico ed ortodosso, spingono fortemente verso una vera unità. “Altrettanto commovente – continua mons. Cacucci – è stata la venerazione dei cattolici nei confronti di Bartolomeo nel suo viaggio a Bari.

Scherzando col Pontefice ho detto: ‘I baresi hanno trattato Bartolomeo da Papa’, e il Pontefice mi ha risposto: ‘Ma lui è mio fratello’.

Significa che esiste nel popolo cristiano un bisogno di unità, in un momento nel quale la tribalizzazione delle persone, a livello mondiale, forse prende il sopravvento”. E questo può considerarsi quasi un anno zero dell’ecumenismo tra Chiesa cattolica ed ortodossa. Tanti infatti sono stati i gesti di riavvicinamento tra le due istituzioni: “La traslazione delle ossa del Santo sono state precedute dall’affidamento della chiesa del Sacro Cuore a Bari alla comunità greco-ortodossa. E ancora, il 18 dicembre la facoltà teologica pugliese consegnerà al metropolita Ilarion Alfeev, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, la laurea ad honorem. E l’attenzione della Chiesa ortodossa russa nei nostri confronti è continuata alla luce della figura di Giuseppe d’Egitto, con la concessione della Federazione Russa, attraverso il patriarcato di Mosca, di pubblicare una serie di immagini su Giuseppe che si trova proprio all’interno del Cremlino”.

Dal Concilio Vaticano a Kirill. È ormai noto come papa Francesco faccia di tutto per restringere sempre più la distanza tra le due Chiese. Un percorso intrapreso già da san Giovanni Paolo II: “Lui aveva affermato che il cammino ecumenico è irreversibile – continua mons. Cacucci – ma già il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium dice che la Chiesa è il segno di unità di tutto il genere umano. Questa espressione va presa sul serio.

Come possiamo noi annunciare, esortare all’unità alla comunione quando non siamo noi cristiani ancora capaci di viverla pienamente?”.

Perché l’ecumenismo è già accettato e realizzato dal popolo delle due religioni ma ancora non completamente dalle istituzioni ecclesiali, così come confermato in un dialogo tra mons. Cacucci e il patriarca Bartolomeo durante il pellegrinaggio in Cappadocia, fatto l’estate scorsa insieme all’arcivescovo emerito di Lecce, mons. Domenico D’Ambrosio: “Ho detto al patriarca Bartolomeo: ‘Il nostro popolo non comprende le nostre divisioni”, e lui mi ha risposto: ‘Neanche io’. Questo vuol dire – conclude Cacucci – che sta crescendo un vero ecumenismo di popolo. E non è solo un auspicio ma una necessità come dimostrano le migrazioni. E nel segno della santità di Nicola viviamo quell’ecumenismo spirituale sottolineato continuamente da papa Francesco”.

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