In Colombia procede con fatica l’attuazione dell’accordo di pace tra Governo e Farc

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Di Bruno Desidera

Un anno fa (era il 24 novembre 2016) in Colombia veniva firmato, in sordina dopo il tonfo al referendum confermativo, il definitivo accordo di pace tra Governo e Farc. Dodici mesi dopo alla sordina fa seguito una ancora maggiore cautela. E a “spingere” il cammino di pace, attraverso gli organismi previsti dall’accordo, sono alcuni coraggiosi uomini di Chiesa. In effetti, l’attuazione del complesso accordo di pace procede, ma lentamente. Il reinserimento degli ex guerriglieri appare ancora problematico. Le Farc non sono ancora state seguite dall’altro storico gruppo della guerriglia, l’Eln (anche se da due mesi è in atto un cessate il fuoco bilaterale). Nel 2017 sono cresciuti i leader sociali assassinati. La politica si appresta ad archiviare l’era Santos. L’attuale favorito per la successione, il suo ex vice Germán Vargas Lleras, si è ultimamente smarcato da Santos proprio sull’implementazione dell’accordo di pace. Tanto da far ipotizzare un accordo elettorale, magari al secondo turno, con l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, nemico acerrimo degli accordi con le Farc. Proprio l’ex gruppo guerrigliero non ha certo contribuito a rasserenare il clima, scegliendo come candidato alle presidenziali del prossimo anno il suo ultimo comandante: Rodrigo Londoño Echeverri, detto Timochenko. Le possibilità che venga eletto presidente sono pari a zero, ma è il miglior spauracchio possibile che i nemici degli accordi di pace possono agitare.

Chiesa in prima linea negli organismi giuridici. Così, il ruolo di “cementare” la fragile pace, di fronte alle incertezze della politica e alle immutate contraddizioni sociali, spetta agli organismi giuridici cui l’accordo ha dato vita. E non è un caso che essi siano guidati da rappresentanti ecclesiali. La scorsa settimana il Comitato nazionale del Consiglio nazionale della pace, della riconciliazione e della convivenza ha nominato come proprio presidente mons.Héctor Fabio Henao, direttore del Segretariato nazionale per la pastorale sociale. All’inizio di novembre padre Francisco De Roux, gesuita da decenni impegnato per la pace e a fianco delle vittime del conflitto colombiano, era stato nominato dal Comité de Escogencia (il Comitato di scelta incaricato dalle Nazioni Unite) presidente della cosiddetta “Commissione Verità”. L’organismo non ha poteri di carattere giudiziario, potrà però indagare e fare chiarezza sui crimini condotti da tutte le organizzazioni armate, non solo guerrigliere ma anche paramilitari e cercherà di accertare la verità anche sulle persone scomparse. Insomma, un ruolo chiave e delicato, come racconta padre De Roux al Sir, in alcune misurate ma al tempo stesso forti dichiarazioni, precedute da una premessa:

“Posso parlare solo di quanto stiamo facendo con la Comisión de Verdad, ma non su altri temi di carattere politico, ormai siamo in campagna elettorale”.

Sul fatto che sia stato chiesto ad un religioso di presiedere questo importante organismo, afferma che questa “è una conferma della grande responsabilità della Chiesa, soprattutto dopo la visita del Papa, il quale ci ha rivolto un appello ben preciso. Una situazione che mi ricorda una frase di sant’Ignazio di Loyola, il quale dice che ‘si deve fare la volontà del Superiore anche senza che l’ordine venga espresso’. E la Chiesa sta facendo la volontà del Papa”.

Le sfide della verità e della riconciliazione. Il lavoro della Commissione è iniziato subito a spron battuto, tra qualche scetticismo, qualche velata minaccia e qualche insulto, come quello di “cura guerrillero” (prete guerrigliero) subito recapitato da Uribe a padre De Roux. Il quale spiega con serenità:

“Siamo undici commissari e stiamo lavorando bene. E’ importante sapere che cerchiamo la verità che sta a cuore a tutti i colombiani, soprattutto la verità delle vittime, da qualunque parte provengano. Allo stesso tempo questa non è una Commissione che va contro qualcuno”.

Si tratta di una grande sfida e di un compito quanto mai delicato, visto che si tratta di fare luce su oltre mezzo secolo di guerra e su otto milioni di vittime. “Ma la sfida più grande – riflette padre Francisco – è arrivare alla verità partendo dalla sofferenza, tradurre il dolore in compassione ed infine accettare le responsabilità che la verità comporta. Ma, soprattutto, far sì che l’accertamento della verità non porti di nuovo odio e vendetta, ma riconciliazione. Le persone scelte per la Commissione hanno grande esperienza, hanno lavorato a lungo a fianco della gente. La nostra, lo ripeto, non sarà una verità politica o giudiziaria, non emetteremo sentenze. Cerchiamo la verità umana”.

Un processo non reversibile. Non sfugge a padre De Roux che il lavoro della Commissione coincide oggi con un cammino di pace segnato da fragilità e incertezze, tuttavia, conclude, “non ho dubbi.

Il processo di pace non è reversibile, non si tornerà indietro, le Farc hanno definitivamente smesso di essere guerriglieri.

Certo, in questo cammino ci possono essere delle fragilità, si potrà andare lentamente, ma la direzione è quella”. E a papa Francesco spetta il grande merito di aver indicato la direzione: “E’ stato un forte invito a superare gli odi. Non è mancata qualche polemica politica, il Papa è stato accusato di non essere stato ben informato. Ormai siamo in campagna elettorale. Ma a me ha colpito il forte impegno della Chiesa, la forte determinazione dei vescovi, per proseguire sulla strada indicata dal Papa”.

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