Pena di morte. Impagliazzo (Comunità Sant’Egidio), “difendere la vita di un condannato è difendere la vita di tutti”

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Giovanna Pasqualin Traversa

Timor Est, Marocco, Filippine, Canada. Ma anche Guatemala, Stati Uniti, Guinea, Svizzera. Sono venuti a Roma da tutto il mondo i ministri della Giustizia e i rappresentanti di 30 Paesi per portare la propria testimonianza e confrontarsi su come pervenire ad una progressiva liberazione del pianeta dalla pena capitale, anche passando – come primo atto – attraverso una moratoria universale. Abolizionisti e mantenitori in dialogo: sullo sfondo la crescente preoccupazione per la minaccia del terrorismo, l’aumento delle esecuzioni extragiudiziali, la circolazione delle armi. Teatro del X Incontro internazionale dei ministri della Giustizia “A world without the death penalty”,promosso il 28 novembre da Comunità di Sant’Egidio, ministero degli Affari esteri italiano e Confederazione svizzera, è la Camera dei deputati. Dal 1977, quando gli Stati abolizionisti erano solo 16, si è passati a 141 contro 57 Paesi mantenitori. Nel 2016 le esecuzioni capitali sono diminuite del 37% rispetto all’anno precedente. 

“Difendere la vita di un condannato è difendere la vita di tutti, anche la mia, anche la nostra, è difendere la bellezza e l’onore del vivere”

ha detto nel suo intervento Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. Lo abbiamo intervistato.

Come procede il percorso verso l’abolizione della  pena di morte, quali i passi avanti più recenti?
La proposta di moratoria universale sulle esecuzioni iniziata nel 2007, in cui l’Italia gioca un ruolo decisivo, ha visto nell’ultima votazione (dicembre 2016) 117 voti a favore della moratoria, 40 contrari, 31 astenuti, 5 assenti. Un segnale molto incoraggiante: negli anni il fronte dei contrari si è ridotto del 23% passando da 52 a 40 Paesi, mentre i favorevoli sono aumentati di 18 unità. Per quanto riguarda il cammino dei singoli Stati, in questo 2017, con l’adozione del nuovo codice militare, la Guinea Conakry è divenuta completamente abolizionista dopo che il Parlamento nel 2016 aveva adottato un nuovo Codice penale che elimina la pena di morte dalle sanzioni applicabili. In Marocco il Consiglio degli Ulema ha riscritto le norme sull’apostasia stabilendo che non rischia più la pena di morte chi abbandona l’Islam. Storica la sentenza con la quale la Corte costituzionale del Guatemala ha dichiarato la pena di morte incostituzionale per tutti i reati per cui è contemplata dall’articolo 18 della Legge fondamentale. A inizio 2018 entrerà in vigore in Vietnam la versione emendata del Codice penale che non prevederà più la pena di morte per cinque fattispecie di reato.

Che impressione le fa ascoltare le testimonianze di tanti Paesi così diversi ma accomunati da un unico traguardo?
Si conferma l’idea della validità di questo cammino non ideologico, che non contrappone Stati abolizionisti a Stati retenzionisti, ma si traduce nell’opzione di accompagnare i Paesi in scelte delicate che cambiano culture e mentalità e coinvolgono anche aspetti religiosi. Un cammino da accompagnare e sostenere.

L’esempio del Marocco appena illustrato, quello di uno Stato arabo musulmano che ha percorso e quasi concluso il cammino verso l’abolizione della pena di morte, potrebbe aprire una breccia per molti altri Paesi musulmani.

Che cosa, in particolare, la preoccupa?
L’aumento delle esecuzioni extragiudiziali, il persistere dei linciaggi, l’incremento del numero delle armi in circolazione, le pessime condizioni carcerarie in tante parti del mondo. Il nostro è un tempo in cui troppi, aperti e insistiti sono i messaggi di morte. Siamo di fronte alla sfida di un terrorismo che non riconosce il diritto alla vita delle sue vittime, nemmeno di quelle più innocenti, come i bambini, eppure…

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Eppure?
Eppure difendere la vita è rifiutare ogni logica basata sulla soppressione di un essere umano, anche se si tratta di un terrorista. La pena di morte può sembrare la risposta più sensata. Essa invece non solo non tiene lontana da noi la cultura della morte, ma finisce per introdurla nella nostra stessa casa e rappresenta la vittoria di quel nemico che vorremmo esorcizzare.

In molti Paesi le armi sono alla portata di tutti e aumenta la cultura del farsi giustizia da sé. In Italia, di fronte alla criminalità, si riaccende periodicamente il dibattito sulla legittima difesa…
Rispondere alla violenza con la violenza, per quanto di segno opposto, e per quanto legalizzata, non farebbe che “sdoganare” lo spargimento di sangue, renderlo qualcosa di “naturale”. Una sorta di “normalizzazione” della violenza che non risponde a logiche di giustizia ma di vendetta.

Lo Stato tutore della legge non può adottare lo stile del “fuorilegge”.

Lei afferma spesso che non esiste solo la violenza delle armi…
La violenza è un veleno sottile, che si annida anche nelle parole e nelle coscienze. Ad esempio di quelli che chiedono la cacciata di altri, percepiti come troppo diversi. Cacciare gli altri, non volerli vedere, è una forma di condanna a morte.

Contrastando la pena di morte ci opponiamo alla separazione da quelli che sono membri dello stesso corpo sociale; ci opponiamo a un nuovo apartheid.

A conclusione dell’incontro promosso lo scorso 11 ottobre dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione in occasione del 25° del Catechismo della Chiesa cattolica, il Papa ha affermato che la pena di morte è “un tema che dovrebbe trovare” nel Catechismo “uno spazio più adeguato e coerente” con le sue finalità…
Come già sul tema della guerra giusta,

nella Chiesa c’è un’evoluzione anche sulla questione della pena capitale che è stata già recepita dal catechismo ma deve essere completata.

Noi sosteniamo il messaggio del Papa e lavoriamo ogni giorno per questo.

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