Papa in Myanmar. La messa con i giovani: una festa di colori, danze e musica

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Chiara Biagioni

Sarà una grande festa. Con canti e musiche tradizionali, vestiti colorati e danze di benvenuto che già da qualche tempo i giovani di tutte le diocesi del Myanmar stanno preparando per accogliere papa Francesco. L’appuntamento è fissato per il 30 novembre: prima di partire dall’aeroporto di Yangon per la seconda tappa del viaggio apostolico in Bangladesh, il Papa celebrerà per i giovani una Messa nella cattedrale di Saint Mary. Ne sono attesi 6mila di 8 gruppi etnici diversi. Solo dal Pathein ne arriveranno 550, e dal Myitkyina addirittura 600.

La Messa alla Saint Mary’s Cathedral di Yangon. Padre Joseph Saw Er Khaw Htoo, il giovane direttore della National Catholic Youth Commission, confida che “i giovani avrebbero preferito avere con Papa Francesco un momento di dialogo, il tempo necessario per porgli domande ed avere la possibilità di raccontarsi” ma il programma della giornata è impegnativo visto il trasferimento a Dacca. “Speriamo che Papa Francesco – aggiunge il sacerdote – sappia creare un rapporto con loro, come sempre accade ed è accaduto in altre circostanze”.

All’interno della cattedrale possono entrare solo 1.700 persone e i giovani che seguiranno da lì la Messa, saranno vestiti nei colorati abiti tradizionali dei gruppi etnici ai quali appartengono.

Gli altri che invece seguiranno la Messa dai maxi-schermo allestiti fuori si metteranno una t-shirt bianca con il logo “Love&Peace” del viaggio di Papa Francesco in Myanmar. Ai giovani è stata fatta arrivare la coreografia che eseguiranno mentre il Papa arriverà in macchina in cattedrale. Tutto insomma si prospetta come una grande festa.

Le preghiere dei giovani per un futuro di pace in Myanmar. Verranno pronunciate in diverse lingue, a secondo della etnia di appartenenza: in lingua birmana, tamil, cinese, chin, karen e Kayar. I giovani pregheranno per il Papa, per i vescovi perché “con la loro guida possano contribuire a costruire un mondo libero dalla povertà”. “Preghiamo – diranno i giovani in lingua chin – per le nostre autorità civili e per coloro che siedono in posizione di leadership in Myanmar, affinché lo Spirito Santo possa garantire loro i doni della saggezza e dell’unità nel servizio alla Nazione”. E in lingua cinese la preghiera è “per la Nazione e la promozione della pace e dell’amore nel mondo, soprattutto per coloro che soffrono a causa della violenza. Che tutti noi possiamo diventare costruttori di ponti e operatori di pace”. Nella sede della Youth Commission, in una stanza al primo piano della Conferenza episcopale birmana, c’è un gruppo di giovani che sta lavorando all’organizzazione della messa con il Papa. Peter La Htoi, ha 24 anni:

“Il Papa – dice – è un uomo santo. Verrà in Myanmar che è un Paese santo. Cosa ci attendiamo da lui? Che ci rinnovi e faccia crescere la nostra fede e che vedendolo, i giovani che si sono allontanati dalla Chiesa, possano avere voglia di ritornare”.

Peter La Htoi

8Xmille della Cei. Il Myanmar è un Paese giovane. Lo sfruttamento delle risorse naturali di cui è ricco il Paese, ha reso povero l’80% della popolazione birmana, di cui il 40% in povertà assoluta. Strettamente legata alla povertà è la mancanza di un sistema educativo capillare, in grado di raggiungere tutte le famiglie. “La mancanza di educazione – conferma padre Joseph – è la principale sfida di questo Paese. Sono ancora moltissimi i bambini che non vanno a scuola e altrettanti coloro che non portano a termine il percorso didattico. Questa mancanza di preparazione scolastica ha una forte ripercussione sul futuro personale e lavorativo dei ragazzi. I giovani non hanno un obiettivo né una visione di futuro e se non ci sono queste due prospettive, è molto difficile intraprendere dei percorsi e garantire a questo Paese un futuro di progresso e sviluppo. Anche il sistema scolastico non è all’altezza delle sfide: si basa su un metodo di insegnamento antico”. Addirittura in alcuni villaggi del Paese, le lezioni vengono imparate a memoria e ripetute collettivamente in classe. Uscire da sistemi educativi così, significa vivere da adulti di espedienti con salari bassissimi. La Chiesa cattolica è sempre stata presente in questo ambito. Padre Joseph, per esempio, è uno delle centinaia di bambini che sono cresciuti e sono stati educati nelle “boarding house”. Prima del regime militare, ce ne erano tantissime ed erano diffuse in tutto il Paese: sono strutture affiancate alle parrocchie dove venivano accolti i bambini dando loro l’opportunità di seguire la scuola. Durante il regime quasi tutte queste strutture sono state nazionalizzate ma ora il cardinale Charles Bo ha avviato un processo per riavere indietro almeno 30 delle scuole legate alle parrocchie di Yangon. Si inserisce in questo contesto educativo anche un progetto finanziato dal Comitato per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo della Cei attraverso l’8xmille italiano. Un percorso di 9 mesi, che si è concluso lo scorso anno, di insegnamento della lingua inglese e di formazione all’uso del computer per 16 giovani, uno per ogni diocesi del Paese. Nella consapevolezza – dice oggi padre Joseph – che “lavorare per i giovani significa costruire le basi del nostro stesso progresso, per un futuro di pace e di democrazia del nostro Paese”.

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