Festival dottrina sociale: “I cattolici realizzino un network per affrontare le difficoltà di oggi”

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Di Filippo Passantino

I riflettori al Teatro Nuovo di Verona si spengono. “Adesso serve silenzio, un silenzio creativo”, spiega mons. Adriano Vincenzi. Cala così il sipario sul Festival della dottrina sociale, dopo quattro giorni di conferenze e dibattiti. Un terreno d’incontro che ha visto protagoniste le associazioni cattoliche, ma anche sindacati, imprenditori, sociologi, cardinali e ministri. Restano, da una parte, le testimonianze di chi nella propria azienda ha “guardato alle persone, che sono lievito nella società”; dall’altra, le proposte di coloro che chiedono “un patto tra generazioni” o “un patto tra scuola, Chiesa e famiglie”. Mons. Vincenzi, che questo Festival lo ha coordinato, segue la linea. E non ha dubbi nel momento dei bilanci: “I cattolici realizzino un network, anche informale, per affrontare le difficoltà diffuse nella società di oggi”.

Monsignore, quale messaggio lanciate da Verona?
Il messaggio che parte da qui è quello d’impegnarsi nelle situazioni che viviamo quotidianamente. Credo che la risposta alle questioni attuali sia la presenza, perché la differenza viene fatta dalle persone. Noi assistiamo all’isolamento di molti che si impegnano a fare il bene.

Bisogna, quindi, creare un piccolo network, perché chi opera in coscienza e secondo i principi della dottrina sociale possa riconoscersi e trovare solidarietà. Questa rete penso che debba avere quattro caratteristiche: essere informale, proceda per convinzioni, non faccia proclami e gli attori si confrontino sui fatti.

Qual è il prossimo passo?
Adesso servono tre cose. Serve silenzio, perché non mancano le parole ma i silenzi creativi; presenza, cioè essere significativi, con convinzioni, senza essere distratti dalle mode; vita, perché è la vita che genera il cambiamento e chi è vivo fa respirare e crea respiro. Silenzio, quindi, per non essere superficiali; presenza per non essere estranei alla realtà e vita per essere generativi.

Il Festival è stato realizzato circa un mese dopo la Settimana sociale e sembra inserirsi nel suo solco…
Ogni anno organizziamo il Festival in questo periodo, ma siamo stati attenti che ci fosse continuità con la Settimana sociale. La nostra è una iniziativa più informale. A Cagliari hanno partecipato i rappresentanti delle diocesi, qui invece non ne abbiamo avuti. Hanno partecipato persone comuni che sono convinte che la dottrina sociale della Chiesa dia risposte ai problemi quotidiani della nostra società. In queste giornate non si è parlato tanto di Chiesa, quanto piuttosto di relazione.

Che cosa deve cambiare nel sistema economico attuale?
Anzitutto, non sono gli uomini che devono adattarsi all’attuale sistema economico-finanziario, ma è il sistema che deve cambiare per non offendere la dignità di coloro che sono condannati alla povertà, alla miseria e a diventare uno scarto della società. Vogliamo affidarci alla significatività vera, quella delle persone, perché con le sole strutture, anche organizzate, non si va da nessuna parte. C’è un’attività legata alle persone, che, incontrandosi e organizzandosi, fanno partire iniziative. Credo che sia questa la strada da privilegiare. Possono esserci anche grandi realtà organizzative, grandi rappresentanze, ma il risultato è che nella maggior parte dei casi non producono quanto quelle animate da persone ispirate.

Il card. Tagle ha posto il problema di quale approccio adottare nei confronti della quarta rivoluzione industriale. Pensa che questo cambiamento possa creare un ulteriore squilibrio nella società?
Va affrontata in maniera semplice. Anzitutto,

dobbiamo mantenere come principi di riferimento la centralità e la dignità della persona.

Se riusciamo in quest’obiettivo, allora possiamo servirci delle scoperte della scienza, dell’industria 4.0 e dei robot, senza che le novità passano risultare deleterie per l’uomo.

Secondo lei, il reddito di cittadinanza può essere una misura tampone per affrontare il problema della disoccupazione giovanile?
Credo che la dignità della persona venga data dal lavoro, non dai soldi. Bisognerebbe che noi trovassimo un modo per inserire i giovani nel mercato del lavoro. Questo è il più grande servizio che potremmo compiere. A parer mio, dare dei soldi non è la scelta indovinata. Per creare lavoro basta agevolare la produttività e adottare una politica a favore delle imprese, che lo generano. A prescindere se profit, noprofit o cooperative. Occorre trovare un modo per rendere meno pesante il costo del lavoro così che sia più agevole per loro garantirlo.

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