Corte dell’Aia: ergastolo a Mladic, il “boia dei Balcani”

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Iva Mihailova

Giustizia, anche se arrivata molto tardi: 22 anni dopo la fine della guerra, Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo bosniaco, è stato condannato all’ergastolo. La sentenza è arrivata oggi dalla Corte del Tribunale penale internazionale dell’Aia. Conosciuto come “il boia dei Balcani”, Mladic è stato dichiarato colpevole del genocidio per Srebrenica, di crimini contro l’umanità, della deportazione e persecuzione di un numero infinito di donne e uomini. “Sono i peggiori crimini compiuti dopo la seconda guerra mondiale e la condanna era attesa”, afferma al Sir Nikolay Krastev, giornalista in Bloomberg Tv, esperta dei Balcani. A suo avviso, Mladic, responsabile della morte di oltre 8mila musulmani, “ha meritato l’ergastolo”.

“Una belva vestita di pelle umana”. La sentenza è stata accolta con parziale soddisfazione da parte dei parenti delle vittime. Dal noto gruppo “Madri di Srebrenica”, che ha seguito in diretta la lettura del verdetto, la condanna, trascorsi questi lunghi anni,

è considerata una “giustizia parziale”.

Mladic è stato condannato per 10 dalle 11 accuse, non è stato dichiarato colpevole per genocidio in sei municipalità della Bosnia dell’Est e nella parte Nord-Ovest. Secondo Hatizda Mehmedovic, che guida l’associazione delle madri degli 8mila musulmani massacrati e uccisi a Srebrenica, “a riguardo ci sono state molte prove di genocidio nei confronti della popolazione non serba”. Mehmedovic definisce il comportamento di Mladic nell’aula del Tribunale come quello di “una belva vestita di pelle umana”.

Nessun “mea culpa”. L’ex generale, prima di ascoltare la sentenza, durante la lettura delle motivazioni da parte del giudice, ha gridato “sono tutte bugie”, per poi insultare la Corte, dopo di che è stato portato via dall’aula. Mladic ha negato ogni accusa e il suo avvocato ha già dichiarato che ricorrerà in appello.“È molto triste che, dopo tanti anni, non si vede alcun desiderio di fare ‘mea culpa’”,afferma il segretario generale della Conferenza di Bosnia-Erzegovina, mons. Ivo Tomasevic. E subito aggiunge: “Anche Mladic, come tutti noi, un giorno sarà di fronte al Signore, giudice della vita… La sua odierna reazione dispiace. Bisogna poter ammettere di avere compiuto del male e chiedere scusa per ciò che è stato fatto, rimediando almeno parzialmente al male compiuto”.

Il passato può ritornare. Con questa sentenza praticamente termina il lavoro del Tribunale internazionale dell’Aia, il cui mandato si chiude alla fine dell’anno. “Si può dire che il Tribunale ha fatto il suo lavoro dimostrando la ferma volontà della comunità internazionale di non lasciare impuniti questi crimini orribili”, afferma convinta Krastev, ammettendo che oltre al diritto sono stati considerati i fattori politici. “Anche se il 70% dei condannati sono serbi, i giudici hanno cercato un bilanciamento nei verdetti, perché il passato rischia di riaprire le ferite della guerra”. In questo senso si è configurata la reazione del presidente serbo Alexander Vucic che ha così commentato la sentenza: “Non dobbiamo rimpiangere il passato” e “il mio appello alle persone in Serbia è di guardare al futuro”.Vucic ha ricordato però che la “Serbia ha rispettato le vittime degli altri popoli ma non è sicuro che lo stesso approccio sia stato applicato per le vittime serbe”.Infatti, per molti nella Repubblica srpska, Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, la parte a maggioranza serba, Mladic è ancora considerato un eroe. Per questo Krastev ritiene che “la sentenza riceverà commenti diversi a Sarajevo, a Belgrado e a Zagabria”.

Aiutare profughi e sfollati. Molte persone che hanno sofferto durante la guerra aspettano tuttora giustizia: in Bosnia-Erzegovina si stimano oltre 5mila casi di uccisioni che non sono stati presi in considerazione nei Tribunali. Si tratta di crimini di guerra, di violenza sessuale; e inoltre ci sono migliaia di persone costrette ad abbandonare la terra e la casa… “C’è bisogno di una struttura interna che aiuti i profughi e gli sfollati”, afferma dal canto suo mons. Tomasevic.

In questo Paese martoriato da guerra e violenza, il processo di riconciliazione è in stallo

e l’eredità del conflitto pesa nella vita quotidiana. Per tale ragione secondo mons. Tomasevic “ora è più importante cambiare le cose che rendono difficile la vita quotidiana”.

Fare i conti con la Storia. “Nel nostro Paese c’è bisogno di un’atmosfera nella quale il male si chiami per nome, apertamente, con lo scopo di portare alla riconciliazione, non per creare nuove divisioni”. Si tratta però di fare i conti con la Storia. Mons. Tomasevic cita anche “l’accordo di Dayton che ha diviso il Paese in due parti, in questo modo sono state ‘legalizzate’ molte delle cose fatte durante la guerra”. Ancora:“Il Paese non è ben organizzato e il prezzo di queste conseguenze si paga ancora oggi”.A suo avviso, “bisogna costruire una società che abbia un’unica misura per ciò che è accaduto, così che tutti considerino un crimine di guerra come tale. Solo in questo modo si potrà arrivare alla giustizia e alla pace vera. Una società dove tutte le etnie e i diversi popoli possano sentirsi a casa е abbiano gli stessi diritti, ciò che non accade per esempio per i croati che abitano nel territorio della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina”.

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