Papa in Myanmar. Viaggio tra la minoranza cattolica

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Di Patrizia Caiffa

La crisi nel Rakhine e la persecuzione dei musulmani Rohingya da parte dell’esercito dopo gli attacchi terroristici del 25 agosto dell’esercito per la liberazione dell’Arakan (Arsa) è una questione troppo delicata e complessa perché venga liquidata con una visione parziale ed un punto di vista unicamente occidentale. Sia a livello di politica interna sia di equilibri internazionali. La piccola minoranza cattolica del Myanmar, circa 700.000 persone pari all’1,3% della popolazione, lo sa fin troppo bene ed aspetta la visita di Papa Francesco dal 27 al 30 novembre (che si concluderà in Bangladesh fino al 2 dicembre) con grande entusiasmo ma anche un po’ di timori su come i media internazionali affronteranno la questione. I cattolici del Myanmar desiderano che il Papa porti un messaggio di pace rivolto all’intera nazione, in ogni sua componente, che tenga conto di tutti i conflitti, le povertà e le tensioni sociali interne, da decenni ignorate dal resto del mondo. Un Paese che sta cercando una difficile transizione democratica dopo 54 anni di dittatura militare terminati nel 2016 con la vittoria della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi. Con 135 gruppi etnici di cui il 60% bamar che praticano il buddhismo theravada, la versione più ortodossa e severa, e

400.000 sfollati interni (oltre ai 600.000 Rohingya fuggiti in Bangladesh) appartenenti alle etnie Kachin, Karen, Chin, Kayah e Shan, parimenti discriminate

e con situazioni di tensione con l’esercito che ancora non si placano. I 120.000 sfollati Kachin, ad esempio, sono soprattutto cristiani e vivono nei campi profughi da oltre sei anni.

Win Tun Kyi, direttore nazionale di Karuna

Caritas, “mai attenzione per altri sfollati”. “Per gli sfollati interni di altri gruppi etnici non c’è mai stata la minima attenzione da parte della comunità internazionale, che interviene solo quando sono in corso i picchi delle crisi; ma quando i conflitti sono a bassa intensità non c’è alcun interesse”, chiarisce dal suo ufficio spartano nel quartier generale della Conferenza episcopale, Win Tun Kyi, direttore nazionale di Karuna (che in sanscrito significa “carità”), l’efficiente Caritas del Myanmar. 750 operatori sparsi in tutto il Paese che intervengono nelle emergenze (ad esempio il ciclone Nargis), portano aiuti come cibo, acqua e servizi di base agli sfollati, organizzano programmi sociali per i poveri nei villaggi e iniziative educative per i bambini che abbandonano la scuola.

Buona è anche la collaborazione con le organizzazioni caritative buddiste:

“Quando è possibile lavoriamo insieme. Molti buddisti fanno donazioni a scuole, ospedali, stupa, pagode. Condividiamo valori simili anche se a volte le pratiche possono essere diverse. Tutte le religioni perseguono il bene delle persone cercando di alleviarne le sofferenze”.

Difficile essere minoranze tra le minoranze. Però la Caritas del Myanmar non interviene nel Rakhine State “perché la situazione è complessa. Le tensioni locali tra i buddisti e i musulmani risalgono al periodo coloniale, poi i Rohingya si sono armati e hanno organizzato azioni contro l’esercito – spiega -. Noi siamo una minoranza nel Paese e ci chiedono di prendere una posizione per una parte o per l’altra. Ma se ne scegliamo una possiamo subire delle conseguenze pesanti”. In particolare, precisa, “se portiamo aiuti consistenti ai Rohingya gli altri si irritano perché sono altrettanto poveri, senza diritti e soffrono nello stesso modo. Bisogna vedere le cose in modo olistico”. In più nel Paese non c’è una informazione reale sulla vicenda perché nemmeno i giornalisti birmani possono entrare nel Rakhine. Arrivano solo le notizie dei media internazionali, con le testimonianze raccolte tra i rifugiati in Bangladesh. “È giusto che il Papa si pronunci su gravi questioni umanitarie – afferma -, non possiamo negare che i Rohingya stiano soffrendo molto ma

bisogna considerare la storia nel suo contesto reale e complessivo, non come la stanno presentando i media occidentali”.

Povertà e tante sfide “ovunque”. Nel frattempo le sfide ordinarie per la Caritas del Myanmar “sono ovunque”, dice Win Tun Kyi. Anche se non ci sono dati certi sulla povertà il governo stima il 30% della popolazione. “Ma è impossibile – precisa -, la cifra è molto più alta: perché siamo vissuti per tanti anni sotto un regime oppressivo, senza diritti, educazione, infrastrutture, sanità, servizi sociali”. Finora la Caritas si è occupata della povertà rurale ma stanno aumentando gli slums a Yangon, dove vivono 6 milioni di persone. Per cui presto si dedicheranno anche alla povertà urbana.

“Le disuguaglianze sociali sono enormi e in passato c’è stata molta corruzione – conclude -, ma sono fiducioso che con la transizione democratica le cose cambieranno”.

Padre Mariano Soe Naing, portavoce della Conferenza episcopale del Myanmar

I rischi che sta correndo Aung San Suu Kyi. Più preoccupato che la crisi nel Rakhine – e il mancato sostegno da parte della comunità internazionale – possa isolare la leader del governo civile e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, permettendo così all’esercito di delegittimarla, è padre Mariano Soe Naing, salesiano, portavoce della Conferenza episcopale del Myanmar. “Siamo in un periodo delicatissimo per la transizione democratica ed economica – spiega -. Speriamo in un incoraggiamento da parte del Papa, con un messaggio di riconciliazione e pace che prenda in considerazione l’intero Paese, non solo una parte. Stiamo passando da una dittatura ad una democrazia e ci vuole tempo; vogliamo rafforzare l’economia e costruire la nostra nazione. La crisi nello Stato di Rakhine, rischia di distruggere tutto ciò e bloccare il processo democratico: comunque si muova, Aung San Suu Kyi rischia di perdere o il sostegno della comunità internazionale o quello della popolazione.

L’esercito può avere interesse a metterla in difficoltà per far vedere che non sa governare il Paese”.

Da ricordare che i militari detengono ancora tre ministeri strategici (Difesa, Interni e Affari di confine) e non a caso alcuni mesi fa il più stretto consigliere della “lady”, il musulmano Ko Ni, è stato assassinato proprio mentre stava mettendo mani al tentativo di cambiare la Costituzione per renderla più democratica. “Noi eravamo la nazione più importante dell’Asia – ricorda il salesiano – ma dopo l’assassinio di Aung San (il padre di Aung San Suu Kyi, ndr) c’è stata la guerra civile, abbiamo sofferto molto e il Paese è stato distrutto. Ora, dopo che tanta gente ha dato la vita per questa causa e la popolazione e la riconosce come leader, vogliamo la democrazia e la libertà”. Secondo padre Soe Naing per uscire dalla crisi umanitaria bisognerebbe seguire le raccomandazioni della Commissione presieduta da Kofi Annan, che però sono state rifiutate sia dalla popolazione locale sia dall’esercito. Nello stallo attuale – a suo avviso – ciò che resta da fare ad Aung San Suu Kyi è agire a piccoli passi per non perdere il consenso della popolazione, operando silenziosi cambiamenti interni: “Ha già cominciato a trasferire alcuni generali, spostandoli dai posti di comando. Ma questo non lo dice ai media”.

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