Volontariato: allargare la sfera della partecipazione sociale e della cittadinanza attiva

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Stefano De Martis

Gli indicatori economici dicono che la Grande Crisi è finalmente alle spalle. Ma la percezione collettiva non corrisponde, o corrisponde solo in parte, a questa conclusione. Non è soltanto una questione di comunicazione pubblica o di propaganda politica. Il problema è che le conseguenze di quella crisi sono state così pervasive e profonde, non soltanto sul piano economico, che ci ritroviamo ancora pienamente dentro di esse. È con esse che le persone e le famiglie devono fare quotidianamente i conti. Anche il mondo del volontariato si interroga. Lo fa a partire dall’esperienza sul campo e nel confronto con le indagini e le analisi scientifiche degli esperti. Nasce così “Volontariato e innovazione sociale oggi in Italia”, un volume curato da Ugo Ascoli ed Emmanuele Pavolini che è destinato a diventare un punto di riferimento per la ricerca e il dibattito sull’argomento. “Il volume copre un vuoto nella letteratura sociologica italiana”, spiega Emma Cavallaro, presidente della Conferenza permanente delle associazioni, federazioni e reti di volontariato (ConVol), che ha promosso la pubblicazione, “ed è uno strumento di riflessione all’interno della Conferenza anche, ma non solo, in relazione alla riforma del Terzo settore”.

I saggi contenuti nel volume offrono molti elementi quantitativi, frutto di ricerche empiriche effettuate appositamente e incrociate con i risultati di altre rilevazioni, in particolare dell’Istat. Ne viene fuori un confronto di lungo periodo, tra il 1993 e il 2015, che riesce a cogliere alcune tendenze di fondo. All’inizio del periodo considerato i volontari erano in prevalenza uomini (54%), giovani o comunque con un’età inferiore ai 55 anni e residenti soprattutto al nord. A metà del decennio in corso si registra il sorpasso delle donne (51%), un forte aumento degli over 55, un netto calo dell’incidenza dei giovani (dal 40 al 28%), evidentemente collegato al problema demografico complessivo, e una crescita nelle regioni meridionali (dal 21 al 25%). Risulta confermata, anche se con un certo allentamento, la correlazione con la pratica religiosa. Quanto al profilo culturale, se all’inizio degli anni Novanta quasi la metà dei volontari aveva soltanto la licenza media, ora la quota corrispondente è scesa a un terzo del totale (33%), mentre è aumentata l’incidenza dei laureati, che ormai rappresentano un quarto dell’insieme (24%). Sul piano socio-economico le persone impegnate nel volontariato appartengono in prevalenza alle classi medie e alte. Allo stesso tempo, però, si segnala un incremento dei disoccupati (dal 5 all’11%) che contrasta con quanto solitamente rilevano gli studi sul rapporto negativo tra difficoltà di inserimento lavorativo e impegno di volontariato. Il dato è la spia di un problema di fondo. “L’effetto principale della crisi – osserva Giovanni Battista Sgritta, professore emerito di sociologia alla ‘Sapienza’ di Roma – è stata la disoccupazione e l’ampliamento in misura eccezionale delle occupazioni atipiche e precarie. Questo ha innescato una richiesta di inserimento in attività che un tempo erano terreno elettivo del volontariato e una pressione fortissima su di esso perché si trasformasse in occasione di lavoro”. Con il rischio di uno snaturamento radicale, davanti al quale Cavallaro rilancia con forza la necessità di “una grande battaglia culturale per riaffermare il principio della gratuità come codice insostituibile dell’azione volontaria”.

La ricerca mette in luce una significativa correlazione tra la pratica del volontariato e i valori della partecipazione politica. Anche sulla base dei dati “si può affermare – sottolinea la presidente del ConVol – che

le organizzazioni di volontariato siano, se non scuole, almeno bacini di democrazia”.

Ed è proprio la forma organizzata, che pure non elimina l’elemento personale (“rimarranno sempre entrambi”), a dare consistenza alla dimensione politica del volontariato, quella su cui si gioca la sfida del futuro. “La scelta di fare volontariato nasce dalla consapevolezza di avere ricevuto molto e quindi di avere molto da restituire – dice ancora Cavallaro – e questo resta un punto fermo. Oggi però dobbiamo avere una consapevolezza ancora maggiore della situazione sociale e molto più coraggio nella ricerca delle cause e nella denuncia”.

In questa direzione, alternativa a quello che Sgritta definisce “volontariato idraulico”, schiacciato sui servizi per tappare i buchi di un welfare istituzionale in affanno, si muovono anche le conclusioni del volume. Nell’ultimo saggio, scritto proprio da Sgritta, si individua nella funzione di rappresentanza e di denuncia (in termine tecnico advocacy), l’innovazione potenzialmente più importante nel mondo del volontariato. “Perché advocacy significa fare società”, afferma il sociologo, e questo è particolarmente necessario in un Paese come il nostro dotato di “robuste reti primarie, per lo più corte e a maglie strette” (quelle dei rapporti familiari e amicali, per intendersi) che però “non riescono a compensare la debolezza delle reti di solidarietà, lunghe e maglie larghe”, messa in evidenza da tanti studi che rilevano “un serio deficit di socialità”. “Irrobustire le reti di solidarietà secondaria e allargare la sfera della partecipazione sociale e della cittadinanza attiva”: ecco “un compito che calza a pennello per il volontariato”.

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