I migranti morti in mare e la voce della nostra coscienza

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Oliviero Forti

In tutti questi anni in cui siamo stati testimoni impotenti dell’immane tragedia che si sta consumando nel Mediterraneo, abbiamo dovuto fare i conti anche con le terribili immagini diffuse periodicamente dai media. Migliaia di vittime innocenti che tentano di sfuggire alla morte certa di un naufragio, cercando aiuto tra i flutti di un mare che non perdona. Nei nostri occhi si sono fissati, ormai in modo indelebile, i volti e gli sguardi di genitori disperati che tendono le braccia ai soccorritori per mettere in salvo i propri figli, strappandoli così da quella tomba liquida chiamata Mar Mediterraneo.

Le urla, i pianti, la disperazione, il rombo dei motori delle navi di soccorso, la concitazione di quei momenti cruciali dove la vita e la morte si confondono tra le onde, rimbombano nelle nostre orecchie con una potenza inaudita.

Purtroppo è diventata una drammatica normalità a cui abbiamo assistito anche lo scorso 6 novembre, meno di una settimana fa. Di prima mattina la Ong Sea Watch riceve il comando, dal Centro di coordinamento del soccorso Marittimo di Roma, di portarsi a 30 miglia dalle coste libiche, dove un gommone con molti migranti a bordo è in difficoltà. Fedele al proprio mandato, frutto dell’accordo con l’Italia, anche la Guardia costiera libica si reca nella zona dell’evento Sar. Da quel momento inizia una trattativa surreale tra l’ong e la Guardia costiera per mettere in salvo le persone già in acqua, alcune delle quali galleggiano senza vita. Tra di loro il corpicino di un bimbo di due anni. Alcuni migranti sono portati sulla nave di Sea Watch, altri su quella della Guardia costiera libica i cui marinai, però, iniziano a colpire con corde e bastoni chi tenta di gettarsi in mare per raggiungere l’imbarcazione dell’ong. Una situazione incredibile che ha un esito tragico: la Guardia Costiera, nonostante un naufrago sia in acqua attaccato ad una cima, avvia lo stesso i motori per allontanarsi verso le coste nord africane. L’uomo morirà annegato davanti agli occhi della moglie.

I video e gli audio messi a disposizione dall’ong, circolati nei giorni scorsi, riportano quanto successo in quegli orribili frangenti. Forse un giorno qualcuno accerterà le responsabilità di quanto accaduto. Nessuno, però, potrà mai dimenticare la voce proveniente dal megafono di un militare della Marina militare italiana che dall’elicottero cerca di bloccare la Guardia Costiera libica, intimandogli di fermarsi. Non è solo la voce di un uomo che sta svolgendo diligentemente il proprio dovere, ma è un accorato appello a salvare delle vite umane che il mare sta inghiottendo: “Guardia costiera libica fermate i motori, per favore cooperate con Sea Watch! Per favore, cooperate con Sea Watch! Vogliamo che vi fermiate ora, ora! ora! Guardia costiera libica avete una persona sul lato destro, per favore fermate i motori! Fermate i motori!”.

Le parole inascoltate di quell’uomo sono capaci di suscitare mille sensazioni contrastanti: rabbia, verso chi non ha alcun rispetto per la vita altrui; ammirazione per chi tenta in ogni modo di salvare vite umane; delusione verso chi aveva assicurato che le nuove politiche sui flussi sarebbero state sempre e comunque rispettose dei diritti umani.

E allora

la voce anonima del militare italiano diventa la voce della nostra coscienza

bche non può più sopportare questo silenzio complice su quanto sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo.

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