Il Cile attende Papa Francesco

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Bruno Desidera

Il Cile vive mesi cruciali. Il paese sudamericano, che sta affrontando una fase della sua storia caratterizzata da una diffusa sfiducia nelle istituzioni e da grandi problemi sociali, è in piena campagna elettorale: il 19 novembre si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali. I sondaggi danno per favorito l’ex presidente di centrodestra Sebastián Piñera, mentre l’attuale maggioranza che ha sostenuto in questi anni Michelle Bachelet appare divisa in tre tronconi. Il 17 dicembre ci sarà l’eventuale ballottaggio. Ma l’avvenimento più importante ci sarà a gennaio, precisamente dal 15 al 18, con la visita di papa Francesco che toccherà le città di Santiago, Temuco e Iquique.
Alla vigilia di questi importanti eventi la Chiesa cilena ha presentato lo scorso 31 ottobre la lettera pastorale “Una casa per tutti”. Si tratta di un documento articolato, che tocca le principali questioni pastorali, sociali e politiche del paese. Senza tacere alcune problematiche pressanti: la disgregazione e la violenza in famiglia, la disoccupazione giovanile, la mancanza di tutela della vita in tutte le sue dimensioni, l’attenzione ad anziani, disabili e migranti. La Chiesa è consapevole del rapido processo di secolarizzazione che ha investito il Cile (la frequenza alla messa è intorno al 10%) e sa di avere perso molto consenso. La lettera pastorale vuole dunque rappresentare un momento di conversione e di svolta. Non solo per la Chiesa stessa, ma per tutto il paese.
Lo conferma, in questa intervista al Sir, il presidente della Conferenza episcopale (Cech), mons. Santiago Silva Retamales, vescovo castrense del Cile. “Questo nostro documento – afferma – cerca di offrire una visione generale del paese, in un momento così importante. Naturalmente teniamo conto dei grandi avvenimenti che stanno attraversando il Cile: le elezioni presidenziali e, soprattutto, la visita di papa Francesco. Il nostro intento è quello di illuminare il paese con il Vangelo, attraverso una lettera scritta in modo semplice, con un linguaggio che vuole arrivare alla gente, per aprire strade di incontro e dialogo.

Quale oggi la principale sfida per la Chiesa cilena?
E’ avanzata nel nostro paese, in modo molto veloce, una forte mentalità laicista. Si è molto indebolita l’idea del valore della persona, della sua dignità, del fatto che essa è in relazione con gli altri. Prevale l’individuo, non la persona, c’è poca solidarietà. Direi che si tratta di una crisi antropologica, peraltro comune anche al resto dell’America Latina e a tutto l’Occidente. Noi siamo chiamati a portare luce in questa crisi.

Non mancate, in questo frangente, di fare autocritica come Chiesa. Perché?
Noi vogliamo anzitutto fare un mea culpa. Secondo i sondaggi il gradimento della Chiesa, così come quello dei politici, è agli ultimi posti. Sulla nostra immagine hanno certo pesato i gravi episodi di abusi sui minori che hanno coinvolto la nostra Chiesa. In questo momento ci sentiamo bisognosi di conversione, vogliamo portare una proposta nuova.

In che modo il documento interviene sulle imminenti elezioni presidenziali?
Rispetto alla situazione politica e ai vari candidati noi ci preoccupiamo che essi siano a favore della vita umana, in tutte le sue dimensioni e che portino avanti la dimensione della solidarietà. Guardando alla grande sfiducia che nel paese c’è verso la politica, come detto vogliamo anzitutto fare mea culpa noi. Devo dire però che in questo momento si vede tanta politica dei partiti e poca politica dello Stato, manca un’attenzione al bene comune, una visione universale. Resta poi particolarmente grave il dramma della corruzione. Papa Francesco, invece, insiste che l’impegno politico è un’importante forma di carità.

In Cile c’è tradizionalmente stata presenza di politici e partiti cristiani. Eppure sono entrati in crisi anche loro, per esempio alcuni parlamentari cattolici hanno votato a favore della legge che depenalizza l’aborto in alcune situazioni. Come si è arrivati a questo?
Sì, è proprio così. Anche qui dobbiamo fare mea culpa. Non abbiamo saputo, come Chiesa, accompagnare ed alimentare i laici impegnati in politica. Sono mancati il dialogo, e al tempo stesso la capacità di formare i nuovi leader.

Nella lettera pastorale affrontate anche il tema della pacificazione in Araucanía, dove è in atto da tempo un contenzioso con il popolo mapuche. Quale contributo alla pace sta portando la Chiesa?
Noi siamo impegnati da tempo per la pacificazione. Siamo presenti nella Commissione che è stata creata dal Governo per arrivare ad una soluzione del conflitto. Siamo vicini alla gente che soffre e i nostri intenti principali sono quelli di favorire l’incontro e di operare per la pace, la giustizia e la misericordia, per risolvere un conflitto nel quale le contrapposizioni sono molto forti.

Infine, mons. Silva, come state preparando la visita del Papa e in che modo lo state attendendo?
Lo stiamo attendendo con un enorme affetto, lo aspettiamo come un fratello che viene tra fratelli, per illuminare il nostro cammino. La preparazione prosegue su due versanti: da una parte l’aspetto organizzativo, dall’altra la dimensione spirituale, con il coinvolgimento di tutta la Chiesa, per accogliere il Vicario di Cristo come un amico e un pastore che ci aiuta nell’annuncio del Vangelo.

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