Come rispondere alla minaccia dell’ISIS?

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Daniele Rocchi

“Dialogo nella verità e nella carità”:

è la ricetta di Mounir Farag, medico chirurgo egiziano, ex consigliere regionale per strategie e sistemi sanità presso l’Oms-Emro, docente universitario all’Università Senghor ad Alessandria per tutti i Paesi francofoni, per fronteggiare l’ideologia jihadista e lottare contro la minaccia del terrorismo, la cui radice, afferma, risiede “nell’islamismo politico radicale basato sull’interpretazione data dai Fratelli Musulmani e dai Salafiti Jihadisti ad alcuni versetti sulla parte coranica ‘Sūra Medina’ (la parte scritta a Medina abroga quella scritta precedentemente alla Mecca)”. Certamente, ribadisce Farag, che è anche membro ordinario della Pontificia Accademia per la vita,

si tratta di “gruppi minoritari ma che hanno dalla loro parte potere economico e ottima organizzazione, e dunque capaci di manipolare la mente delle persone soprattutto quelle più povere, deprivate socialmente e culturalmente, fino a spingerle a compiere atti orribili”.

Quale Medio Oriente? La disamina del medico, a margine di un incontro informale con giornalisti promosso dal Servizio informazione dei Focolari, per anni a servizio dell’Oms in zone calde del mondo, scampato a due attentati terroristici, uno in Afghanistan e l’altro a Islamabad (Pakistan), nel settembre del 2008 quando un’auto-bomba devastò l’hotel Marriott, parte dagli ultimi sviluppi in Kurdistan, Iraq e Siria.

Innanzitutto il Kurdistan, al bivio dopo il referendum indipendentista: “Si prefigura – dichiara Farag – la nascita di uno Stato formato dalle zone curde di Iraq, Turchia, Siria e Iran. Se ciò accadesse sarebbe il caos perché nessuno di questi Paesi sarebbe disposto a perdere parte del territorio. L’ipotesi migliore, secondo me, è che i curdi abbiano il loro riconoscimento all’interno dei rispettivi Paesi, attraverso scambi commerciali, culturali, sociali, nel pieno rispetto dei loro diritti. Così come è accaduto negli ultimi anni tra il Governo centrale di Baghdad ed Erbil”. Nella confinante Siria, altra zona di conflitto, “il presidente Assad pare aver vinto militarmente la guerra contro Daesh e ribelli grazie all’appoggio russo. La fine della guerra spingerà – dice il medico – molti siriani fuggiti a rientrare nel Paese, cosa che per altro sta già avvenendo. In Egitto abbiamo circa 900mila rifugiati siriani e molti stanno tornando in Siria. Stessa cosa sta in Iraq tra i rifugiati e sfollati a Erbil, dopo l’avanzata di Isis nel 2014”.

Un ritorno preoccupante. Ma c’è un “ritorno” che preoccupa Farag ed è quello dei cosiddetti “foreign fighters” nei rispettivi Paesi di provenienza, anche europei. Dopo aver combattuto per il Califfo nei campi libici, iracheni e siriani, questi potrebbero replicare anche in Europa e non solo. Gli attentati in Francia, Belgio, Inghilterra, Germania e Spagna lo stanno a testimoniare.

“Alcuni di questi combattenti Daesh pentiti – rivela Farag – sono in cura da psicologi. Non sarà facile inserirli, ma una seria riabilitazione va fatta. Molti di questi miliziani, infatti, hanno denunciato di essere stati indottrinati all’odio. ‘Hanno sfruttato la nostra ignoranza, povertà e debolezza – hanno raccontato ai medici – per spingerci ad odiare anche i nostri familiari più stretti’”.

Per Farag l’approccio al terrorismo deve essere onnicomprensivo e non può non tenere in debito conto un altro fenomeno, quello dei rifugiati che giungono in Europa, tra i quali “possono esserci anche persone radicalizzate che, in prospettiva, potrebbero rappresentare un pericolo se non si instaura un dialogo e un’accoglienza basata sulla verità e sulla carità”. Il dialogo contro l’ideologia che politicizza l’Islam e la parte coranica della “sura Medina”. “Ai gruppi che professano questa dottrina – sottolinea il medico egiziano – dobbiamo far capire che siamo consapevoli del pericolo che rappresentano. Non vuol dire essere islamofobi – precisa Farag – ma

bisogna evitare il ‘laissez faire’, il ‘lasciar correre’, perché così facendo alla fine ci ritroviamo con giovani aderenti a Daesh.

È già accaduto”. In concreto si tratta di “monitorare i centri di insegnamento, moschee e istituti di cultura islamica. Mettere a capo di questi dei musulmani moderati con un ruolo attivo e non passivo.Lo stesso dialogo deve vederci uno accanto all’altro, nella vita quotidiana, nei campi scientifici e professionali come lavoro, istruzione, salute e formazione. Bisogna partire dalla base, non serve solo un dialogo teologico, ideologico che spesso alimenta l’incomprensione, ma un ‘dialogo della vita’”. Dialogare “nella verità e nella carità” non può lasciar fuori né “l’educazione alla pace che trova nei media efficaci alleati quando diffondono e rendono visibili positive esperienze di dialogo”, né le famiglie.

“In Europa oggi sentiamo di molte famiglie cristiane che lasciano i figli liberi, non li battezzano. Lo considero un grande sbaglio perché questi giovani cresceranno senza una identità. Prima di aver paura dell’Islam radicale, che esiste, e delle sue strategie e delle sue politiche, dovremo chiederci se abbiamo fatto il nostro dovere come Chiesa, famiglie, movimenti, società. Dobbiamo farci un esame di coscienza. L’indottrinamento viene facilitato anche dalla crisi di identità che viviamo in Europa”.

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